SpiacCikada

Dell’importanza della lunghezza

Un post breve qualcuno forse lo leggerà.  Uno lungo quasi di sicuro no. Se ne deduce che l’importanza della lunghezza del post è inversamente proporzionale all’importanza della lunghezza del membro maschile.  Ma anche in quel caso non è regola certa. Tutto è sempre relativo. Infatti si dice “Quello che conta non è la lunghezza della bacchetta, ma la magia nel bastone“.

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La mia coda. Morsa.

Il gatto si morde la coda e
non sa che la coda è sua
G. Gaber

Sono straniera.  Non è qui che sono nata, non è lì che sono cresciuta, altrove ho imparato la mia voce. E perché troppe volte non mi riconosco in quello che sento dire seppure ne intendo la lingua e i giochi di parole. Sono omosessuale. La Bellezza è oltre lo sterile giochino della X e delle Y. Sono reclusa. Mi hanno costruito una prigione con idee non mie, mi legano i polsi con catene di pregiudizi laddove io non sapevo neppure di dover scegliere. Hanno deciso per me un nome, immaginato un ruolo, un futuro, cosa dovrei essere. Nessuno immagina si abbia altri progetti che non quelli già pianificati. Sono senza terra. La mia casa non esiste, vivo d’ospitalità d’altri. Mi hanno detto che la terra è proprietà, appartiene a qualcuno e mai a tutti, meno che meno a se stessa, che il bisogno non è metro di giudizio e lo sono invece parole come censo, raggiro, autorità. Quest’ultima solo se costituita. Che sarebbe anche bello si costituisse. Pagando finalmente per i suoi peccati. Invece è sì costituita ma non si costituisce. Deve essere stato un qualche mito, forse è nata dalla testa di una divinità con la ventiquattr’ore e gli occhi chiusi. Sono nata nuda eppure mi insegnano che per esistere devo portare vestiti eleganti e tagliare i capelli come nelle riviste. Non basta che io sia. Devo essere come mi viene suggerito. E se non decido per la mise in voga, se mi rendo diversa, comunque la mia sarà una diversità “rispetto a…” e non sarà un segno distintivo di maggiore libertà, solo un romantico tentativo di ribellione, calcolato già a priori dagli statistici della regola.  Sono esclusa. Il mio potere decisionale si muove in spazi talmente angusti da far girar la testa. Seppure io mi illuda di scegliere, sono sfumature. Il quadro da lontano, non ha una sola pennellata fuori posto. Sono in guerra. Ma non me ne accorgo. Non sono diversa da chi vive nei paesi asiatici, africani, europei in cui ora stesso si stia svolgendo un conflitto. Solo che alcuni di loro ancora combattono con le armi e conoscono il sapore del sangue e il suo odore. Qui le armi vengono ritirate indietro un poco di più ogni giorno e, al loro posto, ai guerriglieri viene offerto una tv schermo piatto o un massaggio shiatsu. Sono una minoranza. Ma una minoranza strana, senza coesione, idee comuni, compassione reciproca. Una minoranza in parte soddisfatta del recinto in cui è stata rinchiusa, occupata dipingere di rosa lo steccato e a mettere luci colorate sul filo elettrico che lo circonda. Questa minoranza dice “Questo non è un recinto”. L’altra parte è una minoranza confusa, triste, amareggiata. Solo alcuni finalmente liberi dalla consolazione della rassegnazione. Altri finalmente senza speranza e pronti ad una nuova azione. La tentazione di prenderli per mano, i miei compagni di prigionia, è grande. Eppure non riesco. Sento fratellanza, invece, solo con quanto non sia della mia razza. Gli occhi di un cane in cerca del suo osso, il canto fastidioso di un uccello che aspetta il giorno, il frignare di una cicala, il rumore del vento che racconta a se stesso di se stesso, il coraggio dell’erba che cresce senza permessi e senza promesse. Mi chiedo, come sia possibile che quanto rendeva umano l’uomo, comprese le sue debolezze, ora possa ritrovarlo solo altrove. E mi vengono in mente, a riprova del contrario, alcune sue meschine debolezze in cui ancora ne vedo il volto, nel suo dolore, talvolta, nella sua dignità, anche quando gli è stata imbeccata ma riesce a fiorire nel suo spesso terrificante sacrificio.

Non riesco però a permettermi di riconoscermi nella minoranza senza sforzarmi di credere in piccole, perfette fantasie che possano andare al di là delle piccole differenze di circostanza e unire in una nuova capacità di definizione. Non più maggiore o minore. Non solo uguale o diverso. Riconoscermi parte per finalmente definire altre categorie, prodomi di una nuova realtà. Ma so quanto meschino ed illusorio sia il mio sogno. Bellissimo da immaginare prima del sonno notturno, impossibile da tradurre di giorno. Dolce perché sogno, amaro per lo stesso motivo. E non mi resta che cercare di amare per non smettere di vedere la minoranza di cui pure sono parte, la minoranza che comunque non sono io. Io. Una. Sola. Persona. La coda è morsa, il cerchio si chiude. Resta la droga dell’utopia come cura alla disperazione, financo almeno che non ne comprenda i limiti, pur costitutivi e quindi da subito visibili. E ricomincia. Sono minoranza. Sono straniera, omosessuale, prigioniera, esclusa, senza terra, senza casa, in guerra, ferita, offesa. Che non sia meglio essere maggioranza piuttosto che crescersi questa consapevolezza di una umanità morente per un cancro psicosomatico?

Che posso ancora fare? Vivere, mi suggerisci. RicordarTi. Mi sussurri.

 

 

 

 

 

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Super Fialetta Urticante e Mr Antipelliccia eroi della domenica

“If nothing matters, there’s nothing to save”
Jonathan Safran Foer, Eating Animals

Dignità è una parola abusata. Io ne trovo di solito in chi non dice di averne o meglio non dice proprio niente. Come in  tutto mai fidarsi delle passioni sbandierate, di chi si autodefinisce un santo, un giusto, un onesto. Di loro per primi diffido. Leggendo Safran Foer nel suo libro “Eating Animals” ( in italiano ” Se niente importa. Perché mangiamo gli animali” edito da Guanda) ho capito che mi ero avvicinata al suo acquisto per un motivo ( sono vegetariana e concettualmente animalista) e invece quello che mi ha commosso è stato altro. La dignità, appunto, che traspare dalle pagine di questo autore mentre racconta cosa il cibo diventa, cos’era e cosa può essere per noi. Lasciamo perdere il resto, è solo uno spunto commovente che porta a riflettere e già la cosa puzza di miracolo.

Mc Donald's

Poi, carica di uno stato d’animo che ha della benedizione, leggo il giornale. A Torino, 20 persone si sono sentite male in un Mc Donald’s.  Dice il titolo. Io emozionata per i motivi di cui sopra, corro a leggere la notizia. Il Mc è una faccia rubiconda di nemico del buon senso, della salute, del buon mangiare oltre che del buon trattamento salariale, mi spaventa la folla che non smette di corrergli incontro nonostante tutti i vaghi tentativi di informarli, Super Size Me in testa. Me lo ricordo quel lontano giorno della gita delle superiori. Quando ci scaricarono a Roma e tutti si correva nel Mc Donald’s invece che a vedere Fontana di Trevi. Era entusiasmo da ragazzini, il bisogno del simbolo, dell’omologazione, dell’appartenenza. Poi però uno dovrebbe capire. Invece non si capisce. Ricordo anche tante e tante piazze, meravigliose piazze nel bel mezzo di straordinarie città, tutte lucide, piene di vita e divorate dalle insegne pubblicitarie del caro Mc. Ricordo come si rifletteva nelle acque scure del Danubio a Budapest, lampi di giallo e rosso dove c’era solo il regale delle luci bianche dei palazzi importanti e il nero del fiume. “Ci sono riusciti solo loro a mettere una insegna, agli altri è stato proibito” mi raccontava il mio amico ungherese. Mc Donald’s coraggiosa, capace di arrivare dove nessuno arriva, di convincere a suon di hamburger che così non si deturpa ma si abbellisce, che la loro carne è a un passo dal biologico, che grazie a loro si mantengono le tradizioni. Infatti in Italia abbiamo la mozzarella nel panino, in Giappone probabilmente il Cheese Burger all’aroma di brodo di pesce, in Ungheria al gulash. E io oggi, cattiva che sono, speravo in una benedizione. In un malessere da cibo avariato, da cucina infelice, da verità. Invece è stato solo un ragazzino armato con la sua fialetta urticante, solo qualche bruciore nella gola, una sensazione di acido, malori che domani passeranno. Niente in confronto a quello che farà al loro fegato o stomaco la prossima cena al Mc. Eppure, per un secondo, ho immaginato un piccolo monumento al ragazzino e alla sua fialetta, magari con un mantellino dorato che vola sul cielo della città con il suo carico di bruciore da fialetta come simbolo per una più accurata riflessione sul bruciore, ben più doloroso, che sarà poi. Sul come facilmente diamo alle fiamme la nostra salute, quando certe abitudini alimentari fanno il loro corso, non l’eccezione ma l’abitudine. Ho immaginato consapevolezza, pianificazione in questo fantomatico ragazzino. Denuncia per chi avrebbe saputo coglierla. Hey! Ragazzino urticante torinese….io l’ho colta o forse sono solo una ingenua ottimista. Le piccole battaglie sanno di dignità.

E le grandi? Oggi, leggo di ieri, a Firenze. Centinaia di persone, centinaia di facce, idee, mani diverse a corteo nella città contro le pellicce. La signora Fendi spaventata che chiude le vetrine, fumogeni, gridando “assassini” a chi indossava pellicce. 24 associazioni venute da tutta Italia. Con una idea da difendere, una idea che costa ogni anno la vita di 200 milioni di animali perché scuoiandoli si possa indossare un sacco senza forma ma che dica a tutti ” Io posso permettermi di uccidere” e le faccia sentire meglio, più belle addirittura. Mi chiedo a cosa abbiano pensato i cittadini di Firenze vedendoli passare. Mi chiedo se abbiano pensato. Spero che abbiano pensato e magari riflettuto sul fatto che la normalità delle pellicce non è necessariamente giusta in un paese che di modi per sconfiggere il freddo ne ha ben altri, che se tante persone difendono una idea non sia solo perché si tratta di bizzarri fricchettoni o antisociali senza niente da fare. Se qualcuno ha avuto voglia di capire e fermarsi per abbracciare come suo NON ciò che è accettato dalla maggioranza ma quanto, scelto consapevolmente, sia la propria normalità allora la giornata di oggi sarebbe splendida. Seppure avesse scelto di indossare ancora il frutto della morte violente di centinaia di animali per un giacchetto che stancherà nella prossima stagione. Perché nello scegliere si nascondono i germi della dignità. E questo merita sempre rispetto.

 

 

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La percentuale dei confusi o del canto dell’Usignolo da Guerra.

E non è il destino, sei tu il tuo nemico.
Accendiamo una festa e facciamo una festa.
TARM

Non è una storia che inizia con un capello bianco rinvenuto su una spazzola al mattino. Non parte con una corsa dove poi ti manca il fiato e neanche con un locale di ragazzini urlanti, tutti più giovani di te. Non è neppure un soffio di vento che scompiglia i capelli e riordina i pensieri in un modo nuovo e migliore, non è tutto nel faldone che conserva documenti catalogati per utenza, scadenza, solvenza. Il problema è, amico mio, che ogni giorno ti sembra uguale e alla fine sei diventato qualcosa di diverso. Hai tradito quella rabbia che tamburellava tra i pensieri come un usignolo da guerra, non c’è alcun dolore che il canto possa sedare ora, perchè non c’è più guerra. Lentamente hai preso quell’atteggiamento che pure ti rendeva riconoscibile, se non altro a te stesso. Quel modo di camminare come se nulla ti appartenesse, come se solo quel groviglio confuso di idee nella testa fosse te e tutto il resto suppellettili da conversazioni in società, come un commento per quella brutta canzone e il conoscere il nome di almeno tre registi noti ai meno ma stimati dai più. Non è stato il tempo. Non è stata la società corrotta che ti ha tolto il sogno e infarcito il cuscino di piume per farti addormentare. Non è stata la televisione che ti ha detto ogni giorno, per mille volte, che quello che importa è ciò che si vede ma solo se è sodo e abbordabile. No. Il primo capello bianco è solo un segno che il tempo è arrivato per avere i capelli bianchi. Non cercare il colpevole nello specchio che riflette solo la pelle non più distesa del tuo viso. Ti sei fregato da solo, amico mio, chiudendo l’ultimo libro pensando che bastasse, che eri pronto. Ti sei vestito come meglio hai potuto e hai mangiato sano meglio che sei riuscito. Ma non bastava. Sei come gli altri, quelli che ti mettevano fastidio, quelli che “Io non lo sarò mai”. Se non hai ucciso nessuno per soldi è solo perchè nessuno ti ha chiesto di uccidere nessuno per soldi. Lo sai che è così. Sei corruttibile, come ogni altro. Anzi, ammettilo, per poco utile che appare, ti repelle la tua onestà così limpida per mancanza di tentazioni. Ci hai messo così tanto a scrivere PURO sulla tua maglietta, che adesso ti rode il  non essere un obiettivo statistico, non sei gente, non sei massa, ma non sei neppure uno. Sei il solito confuso che ingrassa la percentuale dei confusi. Non è tanto male, poteva andare peggio, potrei dirti. Ma ne sei sicuro? Mi ricordo che sapevi meravigliarti, eri ignorante, però sapevi meravigliarti. Ora che sai tante cose, addirittura qualche verità, ti manca di riconoscere il sapore di quello che avvicini alla bocca. Ti aggiri sbadigliando per le vie di una vita stanca disegnata con colori che van via ma possono essere ritoccati con photoshop. Sei modestamente irritato dalle notizie del giornale, in giusta misura contro, placidamente insoddisfatto ma capace di esercitare i tuoi diritti facendo parte di gruppi di amici come te insoddisfatti, che per 45 minuti discorrono del marcio del governo e della cattive abitudini della massa scandendo il tempo tra una bevanda gassata e un cocktail con aperitivo. Alla fine, mediocre non è male se di meglio non si riesce. Puoi accontentarti. L’abbonamento a qualche rivista, la palestra, magari l’emozione di uno sguardo furtivo e qualche improperio su facebook faranno il resto, creeranno la giusta moderata illusione. Quella di non essere cambiato, di avere ancora delle idee, di valere qualcosa di meglio di quelli che prima pensavi non valessero niente. Sei solo stanco. Magari è vero che il riposo rinfranca lo spirito, magari domani…una rabbia onesta, uno schifo tutto tondo, un gemito, una nausea. Un segnale di battaglia, un desiderio di canto tra i palazzi verniciati di fresco, mi ripeto, fa più incisivo, una rabbia onesta. Una che non firmi petizioni, non sorrida agli obiettivi delle macchine fotografiche digitali, che non si sappia esprimere, ma scalci a caso, finchè inciampi. Era bello quando cadevi e ti sbucciavi le ginocchia, ti sentivi che diventavi grande, ma non era diventare grandi. Era provare a fare delle cose. Era il sangue e i sassolini che entravano nella carne. Era essere presente in ogni gesto anche il più impacciato, quel brivido gelato come la prima volta che ti sei imbucato ad una festa o hai detto tra i denti la parola “sesso” immaginando,non sapendo, immaginando cosa significasse. Le hai ancora quelle cicatrici? Forse allora potresti ritornare dove ti sei lasciato. Quando gorgheggiavi in cima al palo del telefono e credevi ancora al potere della poesia sciatta e mal scritta che l’anima ti sputa fuori quando vuole accarezzarti con la sua indecente brezza. Ma anche questa è una bugia. Tornare non è adesso. Altro ti salverebbe dall’essere così, già banalmente salvato ma senza lo scalpitio vitale, senza la goduria di quel canto un pò bastardo che richiamava i pruriti fuori dalle tasche e faceva immaginare qualcosa che alla fine, amico mio, mi sa che davvero poi non c’era ma immaginarlo quel qualcosa, quello sì che ti faceva apparire bello. Ecco. Immaginare. Ci hai più provato, coglione?

 

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La perdita della Rabbia e della Gioia

“Dovete usare la forza per protestare e sovvertire”
M. Monicelli

Questo secolo fa paura. Specialmente da questa parte del globo. Ma non è il terrorismo. Non è l’ecologia. Non è la povertà. Non è la mancanza di libertà. E’ la rassegnazione. E’ l’educazione all’accettazione del tutto come fatto inoppugnabile e non più come accidente modificabile. Tutto il resto è figlio, i figli si sa, sono colpevoli delle mancanze dei loro padri, ne sono il risultato ma sono per questo colpevoli in parti diverse. Colpevoli in forma ridotta per mancancanza di alternative. Si scriveva delL”epoca delle passioni tristi”, del disagio che crea assopimento delle passioni e spegne gli sguardi mentre accomoda i timori a timonieri.

Gli affetti sono declassati, decisi altrove e non più soggettivi. La fatica disprezzata. La scorciatoia è la risposta dei giusti, il bene primario per cui combattere. Se una qualche passione brucia allora tutto diventa panico. Perchè gli affetti senza un appropriato supporto sociale diventano dolore. Diventano vergogna da nascondere il meglio possibile,  accettando per bene placido la mitezza delle così vanno le cose.

Sarà la Storia italiana. Sarà la crisi degli intellettuali, risolta su qualche divano di fronte ad una telecamera e non nel maleodorante cesso di un pub di provincia. Sarà che alla fine la complessizzazione della realtà l’ha frantumata in troppe piccole sottocategorie che non hanno modo di comunicare tra loro. E a furia di specializzarsi l’uomo ha sparcellato così bene il suo intelletto da  non trovarsi più che un paio di frasi fatte da usare in società, ove richiesto.  Dicevamo la fatica.

Una bestemmia che allontana ogni singolo giorno dalla realtà. Non perchè sia troppa, perchè non si vuole altro che allontanarla. Parlo della fatica che stanca le braccia e piega le schiene, quella che fa si che gli italiani siano gente contadina solo nel sorridere sulle etichette mentre il lavoro del campo è declassato a vergogna e come tale affibbiato ai disgraziati, a quelli senza troppi diritti, a quelli che non hanno paura di abbassarsi perchè sono già proni. Non per questo la loro fatica è meno dignitosa. Anzi. La fatica è ormai merce. Elegante solo se mistica o esistenziale appesantisce l’umanità di inutili per quanto affascinanti monologhi di pochi negando l’azione come valore, come possibilità di trasformazione. Il solo vezzo che rimane è il dolore, tanto più elegante se muto, tanto più emozionante se plateale ma da fermi. Il movimento non si muove, al massimo gira su se stesso.

Invece la fatica è la prima accettazione per il cambiamento. La fatica di avere una idea, di difenderla con le azioni. La fatica dell’essere etico, del cittadino che butta la carta nel cestino, che accoglie lo straniero chiedendogli come è andato il viaggio, che esige attenzione, che urla la sua disapprovazione, che non ha paura della rabbia che prova così come della gioia. Accettare di essere ancora animali è la sola rassegnazione.  Ascoltare il proprio desiderio farsi sfogo per indicare a chi si è scelto di mettere a capo di un paese la strada che si esige si segue un diritto. Se non basta alzarsi e uscire dalle stanze affollate per far sentire il proprio disappunto, che si buttino giù quelle stanze e se ne costuiscono altre o nessuna dove ci si possa riscoprire dignitosi. Sono troppi i morti generati dalla resa alla perdita delle emozioni. Nessuno si muove più. A volte, con garbo, si articolano parole moderate e ben tornite ma la rabbia vitale, quella che muove ed educa le persone, è stata messa al bando dalla nostra società matura e assennata. Se così è, se la società mi chiede di dimenticare le mie pulsioni per darmi un kit di sentimenti ammissibili da usare in contesti definiti (posso ammirare la bellezza e spingermi al sacrificio per raggiungerla ma solo se è la bellezza di strass e lustrini che mi si impone, posso sforzarmi ma solo se questo significa restringere la mia libertà in virtù di uno Stato che non cede i suoi privilegi, posso uccidere mortificando il mio vicino ma solo se  la violenza sia subdola, posso amare ma solo se questo amore sia definibile in canoni ortodossi decisi per me e non da me), se i miei diritti sono quello di accettare e sorridere ma non si protestare e urlare, allora bisogna decidere. Decidere di dirsi nuovamente uomini. Di riprendersi il proprio diritto di essere manifesti, di apparire contro quello che non ci definisce esseri viventi ma ci ingabbia come esemplari in gabbia, come in uno zoo dove però non ho mai visto un solo animale sorridere compiaciuto delle comodità acquisite.

Monicelli, regista, in visita a Roma all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione ha ricordato che esiste un altro modo di stare al mondo quando il mondo non  è coerente con le nostre necessità. Questo modo è  ribellarsi. Non si tratta di politica dell’odio ma di rivendicazione della propria partecipazione attiva in un contesto di cultura della passività, dove il massimo concesso è uno sbuffo di disappunto prima di fare spallucce.  Si tratta di azione, di fatica di  fare, di movimento al di là della paura di esprimere la propria rabbia e la propria gioia di essere parte.  Altrove è solo una finta accettazione, è solo indossare una uniforme, è solo essere milioni senza mai sentire un solo battito di cuore. Altrove è la solitudine della massa.

Io sto con Monicelli.

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Immigrati di questi tempi – PrimoMarzo2010-

Se partissimo dal presupposto che siamo tutti folli, questo ci aiuterebbe a comprenderci gli uni con gli altri, risolverebbe molti enigmi.   Mark Twain

Non è facile essere italiani in Italia di questi tempi, figuriamoci essere stranieri. Da una parte la proposta per l’immigrazione a punti per conto della Lega, 30 punti per essere italiani, chissà se io che italiana lo sono posso rivenderli al mercato nero per un po’ di estraneità a queste corbellerie da burocrati. Dall’altra la quota del 30%, elastica però, di stranieri nelle classi. Il che scricchiola se pensiamo che alcuni punti di cui sopra sono promessi se si fanno studiare i figli ma se poi nella classi non c’è posto? Però si è detto che il limite è elastico, magari se ne possono far studiare 2 figli su 3 e avere una parte dei punti, magari comulabili con quelli della patente del vicino. Poi c’è stato Rosarno. Era Calabria. Era sofferenza e rabbia. Sentimenti nati non a caso e non perché sbarcando sulle nostre terre se ne avesse il desiderio. La campagna calabra negli anni ha creato nuovi equilibri, ristrutturandosi secondo le linee del guadagno e del bisogno si è globalizzata accogliendo matrigna numerosi stranieri, famiglie intere, popolazioni mobili come il lavoro che fanno, muovendosi a secondo del raccolto da fare. Una popolazione variegata e nomade che se si ferma è per abitare baracche, ripopolare ruderi indecenti, invisibili se non per sparute denuncie. La vita allora è lavorare anche 12 ore per una ventina di euro, se va bene, pagando per poter lavorare, sottostando alle regole della ‘ndrangheta più che di quelle del pomodoro. Una realtà che non nasce con la prima spranga contro un’auto ma che è conosciuta da tempo, ha il suo passato e avrà probabilmente un suo futuro. Rosarno è un esempio di nuova schiavitù e lo sviluppo violento che ne è scaturito non è la fine. Le relazioni sono talmente degenerate e le regole del mercato inasprite che non è banalizzando la loro rabbia e nascondendo la testa come se non se ne sapesse niente che le cose si potranno sistemare. Ma gli immigrati qualcuno l’ha capito, sono anche una buona fonte di guadagno in altre maniere, dal lavoro sottopagato anche nelle città alle mille offerte nate ad hoc in tutte le compagnie telefoniche, dagli interessi richiesti per le operazioni di Money Transfer agli istituti di credito che concedono ben volentieri tassi speciali per immigrati al fine di aumentare la mole di lavoro che la crisi ha ridimensionato. L’immigrato è parte del tessuto sociale, è una realtà. Non un nemico. Ma se in alcuni Comuni, come quello di Roma, si è cercato di ampliare le possibilità di comunicazione, aprendo le sue porte a mediatori culturali da utilizzare per i richiedenti asilo o allo sportello Unico della Prefettura. L’aria in giro sa ancora e per lo più di ostilità. Non deve essere facile respirarla ogni giorno. Giocare a Loro e Noi crea soltanto altri solchi sempre più difficili da riempire. Eppure ogni giorno molti immigrati rendono possibile le nostre vite. Lavoratori, regolari e irregolari, persone che possono aprirci gli occhi raccontandoci la loro parte di verità, quella che conoscono. E che ora sono stanchi. Per questo il 1 marzo 2010 una parte dell’Italia si fermerà. Verranno incrociate le braccia e si scenderà in strada con qualcosa di giallo addosso. Sarà il primo sciopero degli immigrati. Un movimento quello del PrimoMarzo2010 che in pochi giorni ha raccolto numerosissime adesioni. Di cosa stiamo parlando? Di uno sciopero che vedrà impegnati non solo l’ Italia ma anche i cugini francesi, creatori di questa iniziativa con “La journée sans immigrés: 24h sans nou”. Ce n’era davvero bisogno? Sembra di sì. Sembra necessario che italiani ed immigrati, stranieri di ogni nazione si facciano sentire, pacificamente cercando ( il condizionale è d’obbligo) di restare privi di cornici politiche. Per questo il Giallo, colore del cambiamento già usato in precedenza contro il razzismo ma anche il colore della neutralità. Perché in una società civile capace di convivere vincono insieme sinistra e destra. Benché il ministro Caldelori abbia già espresso il suo disaccordo in merito e i problemi che questo tipo di dibattito apre sono innumerevoli. L’obbiettivo intanto è di riunire italiani, stranieri, generazioni nate in Italia ma venute da lontano, chiunque chieda al Paese di crescere senza discriminazione. I comitati sono nati a Roma, Genova, Milano, Bologna, Napoli, Palermo. Ne stanno parlando tutti gli strumenti di comunicazione, network come Facebook già creano gruppi pro e contro anche se, come nel caso del gruppo di Milano, si è poi dovuto chiuderlo a causa di commenti razzisti. Ma il movimento continua, contando l’adesione in Lazio di Cittadinanzattiva Lazio, Emergency, Libera Università delle Donne e molti altri. Speriamo sia un preavviso di primavera.

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Tempura letterINaria (tu chiamala se vuoi, confusione)

Ben Venga il Caos, perchè l’ordine non ha funzionato.
(Karl Kraus)

Perdersi per strade che in realtà si credeva di conoscere, quale meraviglia della possibilità. Una piccola percentuale nascosta nella coda ed ecco che il miracolo dell’inaspettato si avvicina e ci prende la mano e ci rinnova emozioni e palpiti. Capita che si riveda per noia una stupida commedia di tanti anni fa, specie se sei in estate con molto caldo o in inverno con molto freddo. A metà pomeriggio è lecito offrirsi uno spuntino. Non è facile ma non è impossibile. Si schiaccia il play e si vede scorrere la storia, la si riconosce per il ricordo  che ci ha lasciato, per le storie che ci si sono inventate sopra, raramente per quello che era. Se poi è light proprio non vedo perchè prendersela tanto. Scoprire il pittoresco dove avevamo spalmato tutto di abitudine e il sapore di un colore che non avevamo immaginato di mettere in quel nostro piccolo misero arcobaleno. I particolari poi ci saltano agli occhi e ci gusta di più quel sapore tipico degli anni.Uno yogurt, mica la peperonata! Che poi, questa cosa della dieta in un soggetto già tanto indebolito dai fatti infelici della vita non è che una maniera per fare della sana autoflagellazione, come se non bastasse essere ormai una melanzana marcia e senza lavoro. Sbaglia strada, mi dico, fai la cosa giusta. Ci commuove pensare a come eravamo la prima volta che vedendo la pellicola l’abbiamo trovata godibile. Che poi non ho idea di quale possa essere un buon lavoro per una melanzana.Perditi dove sei sempre stato. Ora ci fa sorridere di nostalgia, le facce  divenute poi celebri buttate lì  in particine da niente sono una chicca che ci porta alle lacrime.Tra l’altro questo è periodo di broccoli e non di melanzana, figlia dell’estate ma comunque sia, questo spuntino mi è rimasto sullo stomaco.

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Non è una lettera di Natale

Babbo Natale

“Ooo-oo-hoo-hoo-. oo oo-oo-oo-oo-oo-oo-ooo”
(Babbo Natale aka Santa Klaus)

A me, persa la magia del Natale resta la malinconia.
Ieri in macchina pensavo a quando Natale era qualcosa in più del 25 dicembre. M’è venuta nostalgia. Natale era Babbo Natale, la speranza che quel regalo speciale arrivasse e la gioia dei pacchi anche quando poi non arrivava proprio quello ma un surrogato. Poi mia cugina una notte ha alzato la tovaglia sotto ad un triste presepe e mi ha fatto vedere tutti quei pacchetti. “Lo sapevi, vero?” e io  prontamente mentire “Certo” e avevo voglia di piangere. Natale era il miracolo della nascita, il Bambinello sacrificato, Maria gravida senza sesso, la recita a scuola, dove io partecipavo giocando il ruolo del muschio. La messa di mezzanotte che bisogna vestirsi bene. Poi a 15 anni sono diventata atea. La Chiesa è peggio di una S.P.A., più ladrona di Roma ladrona, più corrotta di un politico, più subdola della televisione. Non prego più, non credo alle scuse che ci si inventa per coprire un adulterio, ogni 24 sera faccio la battuta “Andiamo a messa?” e tutti giù a ridere. Natale è un momento magico finchè si crede a quel tipo di magia. Io non credo che nessuno sia più buono in questi giorni, anzi, senza lavoro, al freddo, incerti, sento che tanti provano prurito al chiccerone proprio come me. Non ho un albero in casa, odio i babbonatali che si arrampicano, non mi piace il panettone. Me ne frego del tacchino ripieno, sono vegetariana. La Tombola l’ho odiata sin da subito, non faccio regali. Cioè, non faccio molti regali, se non alle persone che credo ci resterebbero male. Quando non è Natale invece fare regali mi diverte, riceverli pure.  La mia consapevolezza mi intristisce e la serie di film natalizi dai buoni sentimenti mi fa tenerezza, qualcuno pure lo guardo. Come comportarsi allora? Fare una eccezione alla propria ragione o difendere strenuamente la propria scelta di essere pensante e strozzare con le proprie mani il primo che ti manda gli auguri? Visto che sono antiviolenta e ormai avrei già dovuto avere le mani sporche di parecchio sangue, Natale sarà compromesso, anche quest’anno. Continuo a pensare tutto quello che penso ma lo faccio avvolta in carta da regalo. Lo trasformo in un modo per dire grazie a quelli che pur mi si sopportano anche se da lontano, anche se per pochi secondi l’anno e lo fanno con affetto. Faccio diventare questa data dispari non una festa religiosa e consumistica ma un modo per pensare di più a tutte quelle persone che mi fanno la vita piacevole. Natale è un modo per non dimenticarmi di essere sciocca ogni tanto, offrendomi quei film leggeri senza messaggi da capire. Tipo “Una poltronaX2” che non ho mai capito che c’entra.

Regalo un pensiero agli amici che hanno reso possibile andare oltre i momenti grigi dell’anno, che mi hanno accolto quando non avevo dove andare, offerta una birra e una chiacchierata, insegnata qualcosa. Sono tanti. Dappertutto. I soliti meravigliosi e gli incontri casuali e gli ultimi allegri acquisti. Natale mi ricorda di una famiglia, insopportabile come tutte le famiglie, ma alla fine sempre lì, mia. Lettere non ne devo scrivere che ho ricevuto tanto anche quest’anno e visti i fianchi larghi neanche il mangiare mi è mancato.  Questa è la mia magia del Natale. Se poi ci fosse un qualche incantesimo per farmi governare il mondo e cambiare quelle cosette che mi fanno schifo ( situazione italiana, ambiente, lavoro, razzismo, maltrattamenti di vario genere etc) bhè…se entro 5 minuti Bambino Gesù mi si presenta con una lampada da strofinare con dentro una decina di desideri …. giuro che torno in chiesa senza pensare di farne un ospizio per senza tetto  o un canile per trovatelli di strada…. o almeno ci provo.

Buon 25 dicembre

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Nera come il Carbon

Se vuoi sognare e hai bisogno di un tonico, rovescia la coppa del cielo e beviti l’azzurro!
(L. Vidales)

Da bambini per metterti in crisi ti si chiedeva : “Preferiresti un mondo senza musica o senza colori?” Da parte mia ho sempre risposto “Senza Musica” per poi puntualmente correggermi ” No, no, senza colori” e così all’infinito. Per evitare che le prossime generazioni abbiano di che aver dubbi, stiamo semplificando la questione. Semplicemente, annullando la seconda possibilità. Stiamo perdendo i colori. Non è solo una questione di ecologia, ma di fantasia e con essa di salvaguardia del futuro dell’umanità, soprattutto di quella dei bambini a venire. Le favole dark affascinano solo perchè conosciamo il colore, il solito gioco del nero e del bianco ha sempre un senso. L’arcobaleno ai suoi piedi ospita ancora una pentola piena di monete d’oro ma già solo vederlo spuntare dopo una pioggia estiva mi riempie le tasche di qualcosa di difficilmente valutabile. Il colore segna i nostri apprendimenti.Impariamo che l’amore è rosso, il sole giallo, il cielo azzurro. Gli orsetti del cuore di quando ero bambina avevano caratteristiche diverse a seconda del colore così come i Barbapapà. Il colore è sempre stato diversità, il piacere delle mani sporche, la creatività. Imparare ad apprezzare il nero passa attraverso l’assimilazione di tutta una vasta gamma di colori, altrimenti approdarci direttamente senza vedere sfumature che non siano grigie è roba da perderci la testa. Eppure il nero più nero sta diventando protagonista del mondo fantastico di milioni di bambini. Un nero carnale, che entra nel sangue, che scorre con lui e avvelena, la salute e la fantasia. Ci sono bambini che non immaginano quasi cosa sia un girasole perso tra dei papaveri o semplicemente una mattina col cielo azzurro e i genitori di questi bambini vivono con il peso di aver cancellato dal loro cielo il colore per mettere al suo posto un nero pece che gli cola addosso. Ma non avevano scampo.

Nel 2008 Peace Reporter scriveva di una delle 10 città più inquinate del mondo: Linfen, Cina. Prima questa cittadina era detta “la città della frutta e dei fiori”, ancora prima, nella leggenda, era una capitale del regno dello Yao, conosceva il giallo del grano e i suoi bambini correvano per il piacere di vedere un mondo correre con loro. Come in un film di Miyazaki poi è venuto il male, il nero, il boo crudele che si è mangiato tutto. Finiti i colori, finito il grano, morte le carpe del fiume. Solo che il Mostro non era un disegno, ma molto similmente a come spesso accade nei film del disegnatore giapponese era una creatura tutta di origine umana. Sua Maestà il Carbone si era appropriato delle terre di Cina e soprattutto di Linfen. Perchè se la Cina è diventata una potenza, se il Pil è cresciuto come un bimbo ipernutrito lo si deve a questo fossile, così apparentemente inoffensivo. Ma ilCarbone è uno dei combustibili fossili più inquinanti esistenti e la magia del boom economico si è trasformata per gli abitanti di tantissime città come Linfen in un incubo nero pece da cui sembra sempre più difficile svegliarsi. Mentre si urlava per le strade, inneggiando Sua Maestà il Carbone, mentre se ne produceva ancora di più e di più nelle miniere spesso illegali o quantomeno non conformi, le città di Cina lentamente morivano, la qualità dell’aria peggiorava, i colori di Linfen si assottigliavano, il grigio regnava ogni giorno di più, i colori restavano nascosti negli astucci di scuola. Così quest’anno su Repubblica si legge che Linfen si è guadagnata la palma di città più inquinata del mondo. I racconti che se ne leggono mettono una strana sensazione addosso, diversa dalla paura e più inesorabile della tristezza, colorano l’anima di desolazione. Cosa disegneranno quei bambini che respirano veleno? Cosa sogneranno nelle loro case nere, nei loro lettini grigio perla, sotto quel cielo scuro che non lascia vedere le stelle e che nasconde il sole se non per poche ore al giorno? In India già si parla della prima generazione di bambini deformi per cause d’inquinamento, Sir Carbone, sempre lui, eppure non ci basta e le nostre città stanno perdendo sempre di più i colori.Con i colori cola via la fantasia e con il suono delle risate dei bambini se ne va quella gioia vitale che porta alla riflessione e alla ribellione. Sotto un manto di polvere nera i sogni si affievoliscono e muoiono. Ironia della sorte non avremo neanche più fiori da portare sulla loro tomba.

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Santi Protettori, i vantaggi del fedele.

Di certo là sopra qualcuno ti ama. Ma oggi non è in casa
(Casino Royale)

La paura da potere a chi non ha paura di maneggiare le piccolezze dell’uomo. Ugualmente il bisogno di saperci protetti ci spinge a trovare qualcuno/qualcosa che certamente ci amerà, ci proteggerà, farà per noi il lavoro sporco. Magari ci chiederà in cambio la nostra libertà, ma vuoi mettere una vita con le guardie del corpo alle calcagna? Lasciamo perdere che non sempre queste ultime sono sufficienti e che anche gli dei hanno il loro tallone di Achille. Basterebbe vedere il grottesco benché significativo avvenimento capitato ieri al Primo Ministro Italiano, colpito da un souvenir lanciato da un uomo nella folla per capire che non basta credere in Dio o credersi tale perché tutto vada bene sul serio. Passiamo oltre. Parlavamo di protezione. Il carrozzone della religione cattolica mi stupisce sempre. Come un fantastico circo sforna talenti che tutto possono. Nulla resta fuori dalle sue maglie, ogni possibile necessità è coperta dal suo ampio campionario di vantaggi del fedele. Proprio pensando al bizzarro episodio di ieri, il souvenir volante e il volto tumefatto di Silvio Berlusconi, mi veniva in mente Santa Lucia, patrona della vista e previa sciocca ricerca ho scoperto anche degli elettricisti. Gli elettricisti? Sì, ogni mestiere ha il suo santo confezionato ad hoc. Sarebbe da dirlo. Mestiere che fai, Santi che trovi.Commossa da tanta abbondanza ho cercato meglio. San Lorenzo protegge i rosticceri e i poliziotti,  Santa Margherita le partorienti e Santa Veronica? A lei toccano reporter, fotografi e guardarobieri. Il connubio guardarobiera e reporter mi ha fatto vagamente sussultare. C’è da pensare che siano stati divisi un poco a casa, magari mentre il responsabile dell’attribuzione santo protettore si faceva un goccetto, manco a dirlo, di vin Santo. Poi alla fine ho trovato il nesso. Santa Veronica è “famosa” per aver scattata una foto speciale. Detergendo il volto di Gesù su un panno di lino vi vide impressa per sempre l’impronta del volto del nazareno. Da qui il passaggio alla fotografia è breve, il reporter del tempo avrà scritto il pezzo sul quotidiano e il panno di lino sarà finito con tanto di canfora nel guardaroba adatto. Amen.


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