Giorni di cose ammassate e da ammazzare. Persa nel tepore del camino, ammorbidita dalla fiamma, guardo fuori l’immagine di nitida genuinità che mi regala questo posto. Natura. Pulizia. Aria fresca. Montagna tutto intorno. Ce n’è da far impazzire di gioia un naturalista, da rotolarsi nel fango un pollice verde qualsiasi, da ringraziare dio per questa libertà dallo smog, dai ritmi frenetici, dal terrorismo cittadino del ritardo e di sua sorella fretta. I tempi sono scanditi dai pasti, la legna schioppetta come razzi di capodanno e tutti ti dicono”buongiorno!”. Conoscete Inferno peggiore per qualcuno cresciuto all’ombra della terza fila? Una devastante nostalgia mi cresce giorno dopo giorno per quel tipico odore di marcio e di muffa e di svogliatezza metropolitana che tanto mi deteriorava l’olfatto in città. Come cantava Stefano Disegni “ammazza che palle, la vita in questa valle” Rimedio è buttarsi nel ricordo, respirare la polvere del camino, chiudersi nell’armadio per simulare una gita sulla Metro A e rileggere una vecchia poesia. Magari aiuta.
Blues dell’Amore in Metropolitana
L’orda dei corpi mi travolge marrana
E io in equilibrio sul filo di lana
non come atleta o acrobata
ché la cosa è più profana,
solo come una fiera della metropolitana.
E’ l’ora di punta di un giorno di maggio,
mi ancoro stretto all’apposito appoggio.
In un marasma di corpi parziali
Le mani ora nomadi han perso i padroni,
e le zingare s’infilano leste in altrui pantaloni.
Un prurito violento prende il mio deretano,
vorrei grattarmi, non ho più la mia mano,
Una signora grida “non siamo mica animali”.
Così gratto a caso, in preda all’euforia
qualcuno in là sorride ed è quasi magia.
Poi tre dita si aggrappano al mio fianco
E mi assale un tiepido calore stanco
Scopro per queste dita sincero sentimento,
sale in fretta come un formicolio,
dritto dritto al cuore, che adesso è proprio il mio.
Questa mia emozione appena nata
Stretta alla colonna vertebrale anchilosata,
mi spinge a ricostruire il puzzle dei presenti
a cercare disperatamente siffatta faccia
che a tanta perfezione della mano si confaccia
E giurarle meravigliosi anni di colazioni a letto
e invece resto solo e piango, poveretto
Le dita già si liberano, la passione è dissipata
La mano ch’amo è scesa in tutta fretta.
A nulla vale l’urlo, “Voltati, Amore, aspetta!”
Ormai l’ho persa, la gioia se ne è andata.
Resto freddo e muto, fin la prossima fermata.
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