SpiacCikada

Tempura letterINaria (tu chiamala se vuoi, confusione)

Ben Venga il Caos, perchè l’ordine non ha funzionato.
(Karl Kraus)

Perdersi per strade che in realtà si credeva di conoscere, quale meraviglia della possibilità. Una piccola percentuale nascosta nella coda ed ecco che il miracolo dell’inaspettato si avvicina e ci prende la mano e ci rinnova emozioni e palpiti. Capita che si riveda per noia una stupida commedia di tanti anni fa, specie se sei in estate con molto caldo o in inverno con molto freddo. A metà pomeriggio è lecito offrirsi uno spuntino. Non è facile ma non è impossibile. Si schiaccia il play e si vede scorrere la storia, la si riconosce per il ricordo  che ci ha lasciato, per le storie che ci si sono inventate sopra, raramente per quello che era. Se poi è light proprio non vedo perchè prendersela tanto. Scoprire il pittoresco dove avevamo spalmato tutto di abitudine e il sapore di un colore che non avevamo immaginato di mettere in quel nostro piccolo misero arcobaleno. I particolari poi ci saltano agli occhi e ci gusta di più quel sapore tipico degli anni.Uno yogurt, mica la peperonata! Che poi, questa cosa della dieta in un soggetto già tanto indebolito dai fatti infelici della vita non è che una maniera per fare della sana autoflagellazione, come se non bastasse essere ormai una melanzana marcia e senza lavoro. Sbaglia strada, mi dico, fai la cosa giusta. Ci commuove pensare a come eravamo la prima volta che vedendo la pellicola l’abbiamo trovata godibile. Che poi non ho idea di quale possa essere un buon lavoro per una melanzana.Perditi dove sei sempre stato. Ora ci fa sorridere di nostalgia, le facce  divenute poi celebri buttate lì  in particine da niente sono una chicca che ci porta alle lacrime.Tra l’altro questo è periodo di broccoli e non di melanzana, figlia dell’estate ma comunque sia, questo spuntino mi è rimasto sullo stomaco.

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Il dolore di tutti gli anni

La follia è molto rara negli individui,
ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.
François De La Rochefoucauld

Parte ogni anno, a volte poco prima a volte poco dopo. Non è possibile scamparla. La fatidica domanda è ormai nell’aria come un pesante gas nervino e abbiamo solo altri 25 giorni per trovare come salvarci. Anche quest’anno è scattata la lotteria del “Cosa fai a Capodanno?” . Ingestibile ed indigeribile come tutti gli anni. I più timorosi del confronti sono salpati per terre lontane per avere la scusa di non rispondere al cellulare, per poter dire a gennaio “Io ero fuori”. Va bene qualunque paese, dall’India a Roccacannuccia, da New York a Zagarolo. Eppure, mi chiedo, nessuno parla mai del Capodanno come uno dei giorni più belli della sua vita, nessuno ne ricorda più di tre o cinque accettabili nel corso di tutta una vita. Anzi. La data del 31 dicembre se ti va bene è contornata della tristezza del  bilancio dell’anno giunto al capolinea e se ti va male, lasciamo perdere. Se tutto va bene ci saranno feriti, lavatrici per le strade, pensieri alcolici parecchio sopra la norma. I discorsi dei presidenti alle TV saranno inutili e  noiosi e raramente regaleranno spunti reali di riflessioni. Gli amici spariranno nel momento peggiore e i locali avranno prezzi da capogiro da vergognarsene. Quindi io non capisco.Non capisco eppure ci sono anche io a guardare l ‘agenda e a pensare a dove sarò. Non posso neanche dire che almeno sono giorni di festa, rubata all’impegno del lavoro. Sono disoccupata. Il bisogno di evadere, di pensare alla famiglia, di far finta che vada tutto bene. Richiamare quella vecchia zia sempre sola, la ricerca spasmodica di un locale che non sia un salasso, il ripetere per ogni cosa ” Perchè quello che si fa al primo dell’anno si fa tutto l’anno”. Azzerare tutti i discorsi con la parola “consumismo” mi pare una mossa meschina. E’ vero. Si tratta di puro consumismo, dai ceci secchi della tombola al top di paillettes da 200 euro da farsi strappare prima delle 23.45, dal prezzo del cenone, che costa 6 volte più di una settimana in pizzeria, ai bicchieri di plastica dorati per lo spumante. Io se bevo lo spumante vomito. Sarà per questo che il Capodanno lo trovo stancante? Mi viene in mente a cui diedero del grottesco mentre ogni giorno di più mi pare sia vergognosamente realistico. Parlo dell’Ultimo Capodanno (1998) un filmetto di Marco Risi non troppo fortunato nato, mi piace immaginare, da qualche cotechino di troppo. Dallo spettro di qualche tombola di sicuro. Perchè tutto a Capodanno è troppo. L’umanità impazzisce, come a tutte le feste programmate perde la testa, si affanna. Si affanna per la gioia di essere sopravvissuta ad un nuovo anno o per la meraviglia di averne uno nuovo davanti. Il 2010 sarà l’anno della Tigre , lo dice l’ oroscopo cinese. Anche io sono della Tigre quindi ronfo di felicità. Magari porta bene. Magari la gente prende ad essere onesta, a provare rabbia per le ingiustizie, a ridare valore alle idee e meno alle borse in pelle. E se capitasse sul serio? se l’anno nuovo fosse sul serio un anno di consapevolezza e integrità morale? se gli idraulici costassero meno e le compagnie telefoniche non truffassero i clienti? ma la realtà non è per i sognatori e il prossimo sarà probabilmente un anno “qualunque”. E io non so cosa fare a Capodanno.

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Quando la nostalgia è per lo Smog!!

Giorni di cose ammassate e da ammazzare. Persa nel tepore del camino, ammorbidita dalla fiamma, guardo fuori l’immagine di nitida genuinità che mi regala questo posto. Natura. Pulizia. Aria fresca. Montagna tutto intorno. Ce n’è da far impazzire di gioia un naturalista, da rotolarsi nel fango un pollice verde qualsiasi, da ringraziare dio per questa libertà dallo smog, dai ritmi frenetici, dal terrorismo cittadino del ritardo e di sua sorella fretta. I tempi sono scanditi dai pasti, la legna schioppetta come razzi di capodanno e tutti ti dicono”buongiorno!”. Conoscete Inferno peggiore per qualcuno cresciuto all’ombra della terza fila? Una devastante nostalgia  mi cresce giorno dopo giorno per quel tipico odore di marcio e di muffa e di svogliatezza metropolitana che tanto mi deteriorava l’olfatto in città. Come cantava  Stefano Disegni “ammazza che palle, la vita in questa valle” Rimedio è buttarsi nel ricordo, respirare la polvere del camino, chiudersi nell’armadio per simulare una gita sulla Metro A e rileggere una vecchia poesia. Magari aiuta.

Blues dell’Amore in Metropolitana

L’orda dei corpi mi travolge marrana

E io in equilibrio sul filo di lana

non come atleta o acrobata

ché la cosa è più profana,

solo come una fiera della metropolitana.

E’ l’ora di punta di un giorno di maggio,

mi ancoro stretto all’apposito appoggio.

In un marasma di corpi parziali

Le mani ora nomadi han perso i padroni,

e le zingare s’infilano leste in altrui pantaloni.

Un prurito violento prende il mio deretano,

vorrei grattarmi, non ho più la mia mano,

Una signora grida “non siamo mica animali”.

Così gratto a caso, in preda all’euforia

qualcuno in là sorride ed è quasi magia.

Poi tre dita si aggrappano al mio fianco

E mi assale un tiepido calore stanco

Scopro per queste dita sincero sentimento,

sale in fretta come un formicolio,

dritto dritto al cuore, che adesso è proprio il mio.

Questa mia emozione appena nata

Stretta alla colonna vertebrale anchilosata,

mi spinge a ricostruire il puzzle dei presenti

a cercare disperatamente siffatta faccia

che a tanta perfezione della mano si confaccia

E giurarle meravigliosi anni di colazioni a letto

e invece resto solo e piango, poveretto

Le dita già si liberano, la passione è dissipata

La mano ch’amo è scesa in tutta fretta.

A nulla vale l’urlo, “Voltati, Amore, aspetta!”

Ormai l’ho persa, la gioia se ne è andata.

Resto freddo e muto, fin la prossima fermata.

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Arcipelaghi

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