SpiacCikada

Il cieco e il ragazzo – Recensione a “Gli Abbracci Spezzati”

Io se Almodovar mi piace, non lo so . E questo non saperlo mi piace. Perché così ogni volta posso guardare un suo film in totale libertà. Non è poco, in un mondo stroncato dalle aspettative. L’ultima pellicola ” Gli Abbracci Spezzati ” (2009) mi è piaciuta guardarla, come già mi era capitato, nel vero senso della parola. Mi sono piaciuti i colori, le espressioni, Penelope Cruz e i suoi diversi volti, umile segretaria, attricetta sorridente, femme fatale, mignotta mantenuta speranzosa nella morte dell’amante. La storia è quasi semplice. Nel passato, lui ama lei ma lei è di un altro. L’altro è ricco, vecchio, antipatico. Ma soprattutto potente. Loro si amano all’ombra dei soldi di lui, che produce il film che li fa conoscere, cercano vanamente la libertà, si crogiolano della loro bellezza d’amanti, scappano senza speranza. Nel presente, lui è un cieco alla ricerca di un nuovo modo di vedere le cose, lei è morta, l’altro anche. Il vero potere li stringe tutti di nuovo in una morsa dolce, morbida, quella del cinema. Quella del film mai nato che riprende vita, lei resuscita sulla pellicola, l’altro è vivo solo nella scia di odio che si è lasciato dietro. Amen.

Ma vedere questo film non è vedere un amore tra un uomo è una donna. E’ di nuovo un ritorno ai valori della famiglia e oltre al valore intramontabile dell’arte cinematografica. La famiglia che anche nascosta resta l’unico valore in grado di  accompagnarci dove non basta la sola volontà. Il protagonista cieco si aggira su una spiaggia come un novello Tiresia ,  sa la verità della vita ma non ha più chi lo conduca e come il saggio indovino greco, trova la mano di un bambino che poi sarà un giovane e poi ancora si saprà essere suo figlio. Poi c’è lei, la dea narratrice che  non solo regala l’immortalità ma permette al mondo di continuare attraverso le sue storie. Come una ancor giovane Sherazade, la settima arte  porta avanti il libro dell’umanità, tra un sorriso e una lacrima una sola certezza,  finchè ci saranno storie nessuno potrà morire.



Io dico che è sempre buona cosa leggere una storia prima di addormentarsi .

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Il dolore di tutti gli anni

La follia è molto rara negli individui,
ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.
François De La Rochefoucauld

Parte ogni anno, a volte poco prima a volte poco dopo. Non è possibile scamparla. La fatidica domanda è ormai nell’aria come un pesante gas nervino e abbiamo solo altri 25 giorni per trovare come salvarci. Anche quest’anno è scattata la lotteria del “Cosa fai a Capodanno?” . Ingestibile ed indigeribile come tutti gli anni. I più timorosi del confronti sono salpati per terre lontane per avere la scusa di non rispondere al cellulare, per poter dire a gennaio “Io ero fuori”. Va bene qualunque paese, dall’India a Roccacannuccia, da New York a Zagarolo. Eppure, mi chiedo, nessuno parla mai del Capodanno come uno dei giorni più belli della sua vita, nessuno ne ricorda più di tre o cinque accettabili nel corso di tutta una vita. Anzi. La data del 31 dicembre se ti va bene è contornata della tristezza del  bilancio dell’anno giunto al capolinea e se ti va male, lasciamo perdere. Se tutto va bene ci saranno feriti, lavatrici per le strade, pensieri alcolici parecchio sopra la norma. I discorsi dei presidenti alle TV saranno inutili e  noiosi e raramente regaleranno spunti reali di riflessioni. Gli amici spariranno nel momento peggiore e i locali avranno prezzi da capogiro da vergognarsene. Quindi io non capisco.Non capisco eppure ci sono anche io a guardare l ‘agenda e a pensare a dove sarò. Non posso neanche dire che almeno sono giorni di festa, rubata all’impegno del lavoro. Sono disoccupata. Il bisogno di evadere, di pensare alla famiglia, di far finta che vada tutto bene. Richiamare quella vecchia zia sempre sola, la ricerca spasmodica di un locale che non sia un salasso, il ripetere per ogni cosa ” Perchè quello che si fa al primo dell’anno si fa tutto l’anno”. Azzerare tutti i discorsi con la parola “consumismo” mi pare una mossa meschina. E’ vero. Si tratta di puro consumismo, dai ceci secchi della tombola al top di paillettes da 200 euro da farsi strappare prima delle 23.45, dal prezzo del cenone, che costa 6 volte più di una settimana in pizzeria, ai bicchieri di plastica dorati per lo spumante. Io se bevo lo spumante vomito. Sarà per questo che il Capodanno lo trovo stancante? Mi viene in mente a cui diedero del grottesco mentre ogni giorno di più mi pare sia vergognosamente realistico. Parlo dell’Ultimo Capodanno (1998) un filmetto di Marco Risi non troppo fortunato nato, mi piace immaginare, da qualche cotechino di troppo. Dallo spettro di qualche tombola di sicuro. Perchè tutto a Capodanno è troppo. L’umanità impazzisce, come a tutte le feste programmate perde la testa, si affanna. Si affanna per la gioia di essere sopravvissuta ad un nuovo anno o per la meraviglia di averne uno nuovo davanti. Il 2010 sarà l’anno della Tigre , lo dice l’ oroscopo cinese. Anche io sono della Tigre quindi ronfo di felicità. Magari porta bene. Magari la gente prende ad essere onesta, a provare rabbia per le ingiustizie, a ridare valore alle idee e meno alle borse in pelle. E se capitasse sul serio? se l’anno nuovo fosse sul serio un anno di consapevolezza e integrità morale? se gli idraulici costassero meno e le compagnie telefoniche non truffassero i clienti? ma la realtà non è per i sognatori e il prossimo sarà probabilmente un anno “qualunque”. E io non so cosa fare a Capodanno.

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Arcipelaghi

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