E’ una questione di educazione. Ma non solo. Con la bocca piena , lo sanno tutti, è dura fare colpo in società. Quello che però spesso si ignora è che con la bocca piena non si possa mangiare. Non altro quantomeno che non sia nella bocca stessa. Quindi? Meglio un boccone alla volta. Serve a capire i diversi sapori delle cose. Masticare insieme un sedano, un soufflé di zucca e pennette all’arrabbiata non aiuterà di certo a gustare la buona tavola. Peggio. La umilierà in un piatto dove tutto sa di tutto ma nessuno capisce bene di cosa. Sarà solo fortuna se non sarà disgustoso. Sia chiaro. Non sono un’amante del galateo. Non mi interessa molto come si apparecchia a tavola, tanto meno sono capace di servire nell’ordine consono al buon gusto. Ma una cosa la so per certa, amo mangiare. E sapere cosa sto mangiando, meglio riconoscendolo dal gusto più che dall’aspetto, mi fa felice. Ecco perché ” Come Dio comanda” di Gabriele Salvatores non mi è piaciuto. Speravo di far passare la stizza per il già brutto ” Amnèsia” , ancora non spenta nonostante il piccolo piacere di “Io non ho paura” e dal trascurabile ” Quo vadis, baby?” invece niente. Mi sono chiesta come mai la sensazione più forte nella visione del film, fosse sempre il fastidio. La storia la conoscevo, certa mutilata per necessità o forse proprio per scelta, ma sapevo non potesse essere questo il motivo. La fotografia era bella, gli attori mica male (anche se il ragazzino contorto e grigio stacca con garbo un ridondante Germano e un Timi vagamente fuori centro), la musica tutto sommato piacevole. Eppure il fastidio cresceva, scena dopo scena. La fotografia non bastava, gli attori diventavano delle caricature, la musica una noia ripetitiva e didascalica che sembrava forzatamente decidere l’emozione da provare al posto dello spettatore. La favola dark diventava un pastrocchio, il bosco non faceva paura ma irritava, il rapporto padre-figlio si perdeva tra i volteggi del mantello di 4Formaggi, i modi agitati dell’assistente sociale (De Luigi meno comico che mai) facevano venir voglia di protestare con il Servizio Sociale Nazionale. Il problema è che si è fatto il film con la bocca troppo piena. Ancora prima di vedere la luce, ogni singola scena, non era nella storia , che alla fine zoppica come la ragazza, inutilmente in fuga nell’ultima notte della sua vita. Viene l’idea, che ogni frame dovesse rispettare quello che il regista voleva rappresentasse al di là del film. Allora la musica deve sottolineare quasi tirannica, perché non si male interpreti, le scene sono girate non perchè parte di una storia ma perchè si sta immaginando la loro vita come stralci solitari, magari per una lezione di cinema nelle scuole, per uno stralcio di intervista alla tv, per un fermo immagine ad arte per raccontare l’artista. Davanti al troppo significato che si voleva dare al tutto il film nel perde in maniera totale. La sua essenza ne è ferita, prende a claudicare, fa le faccette ma non dice più niente, penzola sterile come la quotidianità della località friulana che rappresenta. E come tra quelle casette anonime, tra quella gente vuota, tra quei sentimenti soffocati, anche in questo caso solo la rabbia può redimere e fare da miracolo. La rabbia degli occhi di una spettatrice per esempio, una che ama le storie che si fanno da sole e che per scrivere questa recensione, ha spento la radio.
Io dico che è un brutto il film. Il libro di Ammaniti da cui è tratto, invece, ha un sapore migliore. 
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