SpiacCikada

La mia coda. Morsa.

Il gatto si morde la coda e
non sa che la coda è sua
G. Gaber

Sono straniera.  Non è qui che sono nata, non è lì che sono cresciuta, altrove ho imparato la mia voce. E perché troppe volte non mi riconosco in quello che sento dire seppure ne intendo la lingua e i giochi di parole. Sono omosessuale. La Bellezza è oltre lo sterile giochino della X e delle Y. Sono reclusa. Mi hanno costruito una prigione con idee non mie, mi legano i polsi con catene di pregiudizi laddove io non sapevo neppure di dover scegliere. Hanno deciso per me un nome, immaginato un ruolo, un futuro, cosa dovrei essere. Nessuno immagina si abbia altri progetti che non quelli già pianificati. Sono senza terra. La mia casa non esiste, vivo d’ospitalità d’altri. Mi hanno detto che la terra è proprietà, appartiene a qualcuno e mai a tutti, meno che meno a se stessa, che il bisogno non è metro di giudizio e lo sono invece parole come censo, raggiro, autorità. Quest’ultima solo se costituita. Che sarebbe anche bello si costituisse. Pagando finalmente per i suoi peccati. Invece è sì costituita ma non si costituisce. Deve essere stato un qualche mito, forse è nata dalla testa di una divinità con la ventiquattr’ore e gli occhi chiusi. Sono nata nuda eppure mi insegnano che per esistere devo portare vestiti eleganti e tagliare i capelli come nelle riviste. Non basta che io sia. Devo essere come mi viene suggerito. E se non decido per la mise in voga, se mi rendo diversa, comunque la mia sarà una diversità “rispetto a…” e non sarà un segno distintivo di maggiore libertà, solo un romantico tentativo di ribellione, calcolato già a priori dagli statistici della regola.  Sono esclusa. Il mio potere decisionale si muove in spazi talmente angusti da far girar la testa. Seppure io mi illuda di scegliere, sono sfumature. Il quadro da lontano, non ha una sola pennellata fuori posto. Sono in guerra. Ma non me ne accorgo. Non sono diversa da chi vive nei paesi asiatici, africani, europei in cui ora stesso si stia svolgendo un conflitto. Solo che alcuni di loro ancora combattono con le armi e conoscono il sapore del sangue e il suo odore. Qui le armi vengono ritirate indietro un poco di più ogni giorno e, al loro posto, ai guerriglieri viene offerto una tv schermo piatto o un massaggio shiatsu. Sono una minoranza. Ma una minoranza strana, senza coesione, idee comuni, compassione reciproca. Una minoranza in parte soddisfatta del recinto in cui è stata rinchiusa, occupata dipingere di rosa lo steccato e a mettere luci colorate sul filo elettrico che lo circonda. Questa minoranza dice “Questo non è un recinto”. L’altra parte è una minoranza confusa, triste, amareggiata. Solo alcuni finalmente liberi dalla consolazione della rassegnazione. Altri finalmente senza speranza e pronti ad una nuova azione. La tentazione di prenderli per mano, i miei compagni di prigionia, è grande. Eppure non riesco. Sento fratellanza, invece, solo con quanto non sia della mia razza. Gli occhi di un cane in cerca del suo osso, il canto fastidioso di un uccello che aspetta il giorno, il frignare di una cicala, il rumore del vento che racconta a se stesso di se stesso, il coraggio dell’erba che cresce senza permessi e senza promesse. Mi chiedo, come sia possibile che quanto rendeva umano l’uomo, comprese le sue debolezze, ora possa ritrovarlo solo altrove. E mi vengono in mente, a riprova del contrario, alcune sue meschine debolezze in cui ancora ne vedo il volto, nel suo dolore, talvolta, nella sua dignità, anche quando gli è stata imbeccata ma riesce a fiorire nel suo spesso terrificante sacrificio.

Non riesco però a permettermi di riconoscermi nella minoranza senza sforzarmi di credere in piccole, perfette fantasie che possano andare al di là delle piccole differenze di circostanza e unire in una nuova capacità di definizione. Non più maggiore o minore. Non solo uguale o diverso. Riconoscermi parte per finalmente definire altre categorie, prodomi di una nuova realtà. Ma so quanto meschino ed illusorio sia il mio sogno. Bellissimo da immaginare prima del sonno notturno, impossibile da tradurre di giorno. Dolce perché sogno, amaro per lo stesso motivo. E non mi resta che cercare di amare per non smettere di vedere la minoranza di cui pure sono parte, la minoranza che comunque non sono io. Io. Una. Sola. Persona. La coda è morsa, il cerchio si chiude. Resta la droga dell’utopia come cura alla disperazione, financo almeno che non ne comprenda i limiti, pur costitutivi e quindi da subito visibili. E ricomincia. Sono minoranza. Sono straniera, omosessuale, prigioniera, esclusa, senza terra, senza casa, in guerra, ferita, offesa. Che non sia meglio essere maggioranza piuttosto che crescersi questa consapevolezza di una umanità morente per un cancro psicosomatico?

Che posso ancora fare? Vivere, mi suggerisci. RicordarTi. Mi sussurri.

 

 

 

 

 

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La percentuale dei confusi o del canto dell’Usignolo da Guerra.

E non è il destino, sei tu il tuo nemico.
Accendiamo una festa e facciamo una festa.
TARM

Non è una storia che inizia con un capello bianco rinvenuto su una spazzola al mattino. Non parte con una corsa dove poi ti manca il fiato e neanche con un locale di ragazzini urlanti, tutti più giovani di te. Non è neppure un soffio di vento che scompiglia i capelli e riordina i pensieri in un modo nuovo e migliore, non è tutto nel faldone che conserva documenti catalogati per utenza, scadenza, solvenza. Il problema è, amico mio, che ogni giorno ti sembra uguale e alla fine sei diventato qualcosa di diverso. Hai tradito quella rabbia che tamburellava tra i pensieri come un usignolo da guerra, non c’è alcun dolore che il canto possa sedare ora, perchè non c’è più guerra. Lentamente hai preso quell’atteggiamento che pure ti rendeva riconoscibile, se non altro a te stesso. Quel modo di camminare come se nulla ti appartenesse, come se solo quel groviglio confuso di idee nella testa fosse te e tutto il resto suppellettili da conversazioni in società, come un commento per quella brutta canzone e il conoscere il nome di almeno tre registi noti ai meno ma stimati dai più. Non è stato il tempo. Non è stata la società corrotta che ti ha tolto il sogno e infarcito il cuscino di piume per farti addormentare. Non è stata la televisione che ti ha detto ogni giorno, per mille volte, che quello che importa è ciò che si vede ma solo se è sodo e abbordabile. No. Il primo capello bianco è solo un segno che il tempo è arrivato per avere i capelli bianchi. Non cercare il colpevole nello specchio che riflette solo la pelle non più distesa del tuo viso. Ti sei fregato da solo, amico mio, chiudendo l’ultimo libro pensando che bastasse, che eri pronto. Ti sei vestito come meglio hai potuto e hai mangiato sano meglio che sei riuscito. Ma non bastava. Sei come gli altri, quelli che ti mettevano fastidio, quelli che “Io non lo sarò mai”. Se non hai ucciso nessuno per soldi è solo perchè nessuno ti ha chiesto di uccidere nessuno per soldi. Lo sai che è così. Sei corruttibile, come ogni altro. Anzi, ammettilo, per poco utile che appare, ti repelle la tua onestà così limpida per mancanza di tentazioni. Ci hai messo così tanto a scrivere PURO sulla tua maglietta, che adesso ti rode il  non essere un obiettivo statistico, non sei gente, non sei massa, ma non sei neppure uno. Sei il solito confuso che ingrassa la percentuale dei confusi. Non è tanto male, poteva andare peggio, potrei dirti. Ma ne sei sicuro? Mi ricordo che sapevi meravigliarti, eri ignorante, però sapevi meravigliarti. Ora che sai tante cose, addirittura qualche verità, ti manca di riconoscere il sapore di quello che avvicini alla bocca. Ti aggiri sbadigliando per le vie di una vita stanca disegnata con colori che van via ma possono essere ritoccati con photoshop. Sei modestamente irritato dalle notizie del giornale, in giusta misura contro, placidamente insoddisfatto ma capace di esercitare i tuoi diritti facendo parte di gruppi di amici come te insoddisfatti, che per 45 minuti discorrono del marcio del governo e della cattive abitudini della massa scandendo il tempo tra una bevanda gassata e un cocktail con aperitivo. Alla fine, mediocre non è male se di meglio non si riesce. Puoi accontentarti. L’abbonamento a qualche rivista, la palestra, magari l’emozione di uno sguardo furtivo e qualche improperio su facebook faranno il resto, creeranno la giusta moderata illusione. Quella di non essere cambiato, di avere ancora delle idee, di valere qualcosa di meglio di quelli che prima pensavi non valessero niente. Sei solo stanco. Magari è vero che il riposo rinfranca lo spirito, magari domani…una rabbia onesta, uno schifo tutto tondo, un gemito, una nausea. Un segnale di battaglia, un desiderio di canto tra i palazzi verniciati di fresco, mi ripeto, fa più incisivo, una rabbia onesta. Una che non firmi petizioni, non sorrida agli obiettivi delle macchine fotografiche digitali, che non si sappia esprimere, ma scalci a caso, finchè inciampi. Era bello quando cadevi e ti sbucciavi le ginocchia, ti sentivi che diventavi grande, ma non era diventare grandi. Era provare a fare delle cose. Era il sangue e i sassolini che entravano nella carne. Era essere presente in ogni gesto anche il più impacciato, quel brivido gelato come la prima volta che ti sei imbucato ad una festa o hai detto tra i denti la parola “sesso” immaginando,non sapendo, immaginando cosa significasse. Le hai ancora quelle cicatrici? Forse allora potresti ritornare dove ti sei lasciato. Quando gorgheggiavi in cima al palo del telefono e credevi ancora al potere della poesia sciatta e mal scritta che l’anima ti sputa fuori quando vuole accarezzarti con la sua indecente brezza. Ma anche questa è una bugia. Tornare non è adesso. Altro ti salverebbe dall’essere così, già banalmente salvato ma senza lo scalpitio vitale, senza la goduria di quel canto un pò bastardo che richiamava i pruriti fuori dalle tasche e faceva immaginare qualcosa che alla fine, amico mio, mi sa che davvero poi non c’era ma immaginarlo quel qualcosa, quello sì che ti faceva apparire bello. Ecco. Immaginare. Ci hai più provato, coglione?

 

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Tempura letterINaria (tu chiamala se vuoi, confusione)

Ben Venga il Caos, perchè l’ordine non ha funzionato.
(Karl Kraus)

Perdersi per strade che in realtà si credeva di conoscere, quale meraviglia della possibilità. Una piccola percentuale nascosta nella coda ed ecco che il miracolo dell’inaspettato si avvicina e ci prende la mano e ci rinnova emozioni e palpiti. Capita che si riveda per noia una stupida commedia di tanti anni fa, specie se sei in estate con molto caldo o in inverno con molto freddo. A metà pomeriggio è lecito offrirsi uno spuntino. Non è facile ma non è impossibile. Si schiaccia il play e si vede scorrere la storia, la si riconosce per il ricordo  che ci ha lasciato, per le storie che ci si sono inventate sopra, raramente per quello che era. Se poi è light proprio non vedo perchè prendersela tanto. Scoprire il pittoresco dove avevamo spalmato tutto di abitudine e il sapore di un colore che non avevamo immaginato di mettere in quel nostro piccolo misero arcobaleno. I particolari poi ci saltano agli occhi e ci gusta di più quel sapore tipico degli anni.Uno yogurt, mica la peperonata! Che poi, questa cosa della dieta in un soggetto già tanto indebolito dai fatti infelici della vita non è che una maniera per fare della sana autoflagellazione, come se non bastasse essere ormai una melanzana marcia e senza lavoro. Sbaglia strada, mi dico, fai la cosa giusta. Ci commuove pensare a come eravamo la prima volta che vedendo la pellicola l’abbiamo trovata godibile. Che poi non ho idea di quale possa essere un buon lavoro per una melanzana.Perditi dove sei sempre stato. Ora ci fa sorridere di nostalgia, le facce  divenute poi celebri buttate lì  in particine da niente sono una chicca che ci porta alle lacrime.Tra l’altro questo è periodo di broccoli e non di melanzana, figlia dell’estate ma comunque sia, questo spuntino mi è rimasto sullo stomaco.

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Non è una lettera di Natale

Babbo Natale

“Ooo-oo-hoo-hoo-. oo oo-oo-oo-oo-oo-oo-ooo”
(Babbo Natale aka Santa Klaus)

A me, persa la magia del Natale resta la malinconia.
Ieri in macchina pensavo a quando Natale era qualcosa in più del 25 dicembre. M’è venuta nostalgia. Natale era Babbo Natale, la speranza che quel regalo speciale arrivasse e la gioia dei pacchi anche quando poi non arrivava proprio quello ma un surrogato. Poi mia cugina una notte ha alzato la tovaglia sotto ad un triste presepe e mi ha fatto vedere tutti quei pacchetti. “Lo sapevi, vero?” e io  prontamente mentire “Certo” e avevo voglia di piangere. Natale era il miracolo della nascita, il Bambinello sacrificato, Maria gravida senza sesso, la recita a scuola, dove io partecipavo giocando il ruolo del muschio. La messa di mezzanotte che bisogna vestirsi bene. Poi a 15 anni sono diventata atea. La Chiesa è peggio di una S.P.A., più ladrona di Roma ladrona, più corrotta di un politico, più subdola della televisione. Non prego più, non credo alle scuse che ci si inventa per coprire un adulterio, ogni 24 sera faccio la battuta “Andiamo a messa?” e tutti giù a ridere. Natale è un momento magico finchè si crede a quel tipo di magia. Io non credo che nessuno sia più buono in questi giorni, anzi, senza lavoro, al freddo, incerti, sento che tanti provano prurito al chiccerone proprio come me. Non ho un albero in casa, odio i babbonatali che si arrampicano, non mi piace il panettone. Me ne frego del tacchino ripieno, sono vegetariana. La Tombola l’ho odiata sin da subito, non faccio regali. Cioè, non faccio molti regali, se non alle persone che credo ci resterebbero male. Quando non è Natale invece fare regali mi diverte, riceverli pure.  La mia consapevolezza mi intristisce e la serie di film natalizi dai buoni sentimenti mi fa tenerezza, qualcuno pure lo guardo. Come comportarsi allora? Fare una eccezione alla propria ragione o difendere strenuamente la propria scelta di essere pensante e strozzare con le proprie mani il primo che ti manda gli auguri? Visto che sono antiviolenta e ormai avrei già dovuto avere le mani sporche di parecchio sangue, Natale sarà compromesso, anche quest’anno. Continuo a pensare tutto quello che penso ma lo faccio avvolta in carta da regalo. Lo trasformo in un modo per dire grazie a quelli che pur mi si sopportano anche se da lontano, anche se per pochi secondi l’anno e lo fanno con affetto. Faccio diventare questa data dispari non una festa religiosa e consumistica ma un modo per pensare di più a tutte quelle persone che mi fanno la vita piacevole. Natale è un modo per non dimenticarmi di essere sciocca ogni tanto, offrendomi quei film leggeri senza messaggi da capire. Tipo “Una poltronaX2″ che non ho mai capito che c’entra.

Regalo un pensiero agli amici che hanno reso possibile andare oltre i momenti grigi dell’anno, che mi hanno accolto quando non avevo dove andare, offerta una birra e una chiacchierata, insegnata qualcosa. Sono tanti. Dappertutto. I soliti meravigliosi e gli incontri casuali e gli ultimi allegri acquisti. Natale mi ricorda di una famiglia, insopportabile come tutte le famiglie, ma alla fine sempre lì, mia. Lettere non ne devo scrivere che ho ricevuto tanto anche quest’anno e visti i fianchi larghi neanche il mangiare mi è mancato.  Questa è la mia magia del Natale. Se poi ci fosse un qualche incantesimo per farmi governare il mondo e cambiare quelle cosette che mi fanno schifo ( situazione italiana, ambiente, lavoro, razzismo, maltrattamenti di vario genere etc) bhè…se entro 5 minuti Bambino Gesù mi si presenta con una lampada da strofinare con dentro una decina di desideri …. giuro che torno in chiesa senza pensare di farne un ospizio per senza tetto  o un canile per trovatelli di strada…. o almeno ci provo.

Buon 25 dicembre

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Il dolore di tutti gli anni

La follia è molto rara negli individui,
ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.
François De La Rochefoucauld

Parte ogni anno, a volte poco prima a volte poco dopo. Non è possibile scamparla. La fatidica domanda è ormai nell’aria come un pesante gas nervino e abbiamo solo altri 25 giorni per trovare come salvarci. Anche quest’anno è scattata la lotteria del “Cosa fai a Capodanno?” . Ingestibile ed indigeribile come tutti gli anni. I più timorosi del confronti sono salpati per terre lontane per avere la scusa di non rispondere al cellulare, per poter dire a gennaio “Io ero fuori”. Va bene qualunque paese, dall’India a Roccacannuccia, da New York a Zagarolo. Eppure, mi chiedo, nessuno parla mai del Capodanno come uno dei giorni più belli della sua vita, nessuno ne ricorda più di tre o cinque accettabili nel corso di tutta una vita. Anzi. La data del 31 dicembre se ti va bene è contornata della tristezza del  bilancio dell’anno giunto al capolinea e se ti va male, lasciamo perdere. Se tutto va bene ci saranno feriti, lavatrici per le strade, pensieri alcolici parecchio sopra la norma. I discorsi dei presidenti alle TV saranno inutili e  noiosi e raramente regaleranno spunti reali di riflessioni. Gli amici spariranno nel momento peggiore e i locali avranno prezzi da capogiro da vergognarsene. Quindi io non capisco.Non capisco eppure ci sono anche io a guardare l ‘agenda e a pensare a dove sarò. Non posso neanche dire che almeno sono giorni di festa, rubata all’impegno del lavoro. Sono disoccupata. Il bisogno di evadere, di pensare alla famiglia, di far finta che vada tutto bene. Richiamare quella vecchia zia sempre sola, la ricerca spasmodica di un locale che non sia un salasso, il ripetere per ogni cosa ” Perchè quello che si fa al primo dell’anno si fa tutto l’anno”. Azzerare tutti i discorsi con la parola “consumismo” mi pare una mossa meschina. E’ vero. Si tratta di puro consumismo, dai ceci secchi della tombola al top di paillettes da 200 euro da farsi strappare prima delle 23.45, dal prezzo del cenone, che costa 6 volte più di una settimana in pizzeria, ai bicchieri di plastica dorati per lo spumante. Io se bevo lo spumante vomito. Sarà per questo che il Capodanno lo trovo stancante? Mi viene in mente a cui diedero del grottesco mentre ogni giorno di più mi pare sia vergognosamente realistico. Parlo dell’Ultimo Capodanno (1998) un filmetto di Marco Risi non troppo fortunato nato, mi piace immaginare, da qualche cotechino di troppo. Dallo spettro di qualche tombola di sicuro. Perchè tutto a Capodanno è troppo. L’umanità impazzisce, come a tutte le feste programmate perde la testa, si affanna. Si affanna per la gioia di essere sopravvissuta ad un nuovo anno o per la meraviglia di averne uno nuovo davanti. Il 2010 sarà l’anno della Tigre , lo dice l’ oroscopo cinese. Anche io sono della Tigre quindi ronfo di felicità. Magari porta bene. Magari la gente prende ad essere onesta, a provare rabbia per le ingiustizie, a ridare valore alle idee e meno alle borse in pelle. E se capitasse sul serio? se l’anno nuovo fosse sul serio un anno di consapevolezza e integrità morale? se gli idraulici costassero meno e le compagnie telefoniche non truffassero i clienti? ma la realtà non è per i sognatori e il prossimo sarà probabilmente un anno “qualunque”. E io non so cosa fare a Capodanno.

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L’ombra della Pecionata e la Speranza nel Futuro

“L’inferno è lastricato di Buone Intenzioni”

Ecco, l’ho fatto un altro blog. Come sempre, il momento peggiore e impaginare, le parole vengono da sole, ma la facciata del libro è fondamentale. Non una volta sola ho lasciato il capolavoro sul banco per una disgrazie di copertina.  E adesso? Cosa ne faccio? Cioè, avevo sul serio bisogno di un altro Blog?Li ho messi in fila, ho fatta la conta e di quelli che ricordo aver scribacchiato ne mancano almeno 3. C’era quello di poesie tutte d’amore di qualcosa o qualcuno, c’era quello di invettive con belle fotografie, c’era quello un pò e un pò che manco mi ricordo come mi ero chiamata. In tutti c’ero io. Qualcuno ha persino funzionato a mozzichi, che quando non hai obiettivi “alti” allora basta che qualcuno ti dia il buongiorno e sembra che già si sia sulla cresta dell’onda. Il piacere maggiore resta la autoreferenzialità. Il sacrosanto ” me la canto e me la suono”. Poi si diventa grandi. Così pare. E diventando grandi un poco di coraggio di far le cose per bene uno se non ce l’ha, alla faccia di DonAbbondio, se lo deve dare. Quindi mi armo. Mi vesto a festa e vado alla Sagra della Buona Volontà. Mi impegno, lo giuro. Metto qui tutto, mi comporto da grande. Non disprezzo niente che io abbia scritto con gusto. Rifaccio la punta ai coltelli e metto in fila i miei soldatini. Cosa può venirne fuori? E che sono la custode della mia coscienza io?

m.c.

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Arcipelaghi

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