SpiacCikada

Dell’importanza della lunghezza

Un post breve qualcuno forse lo leggerà.  Uno lungo quasi di sicuro no. Se ne deduce che l’importanza della lunghezza del post è inversamente proporzionale all’importanza della lunghezza del membro maschile.  Ma anche in quel caso non è regola certa. Tutto è sempre relativo. Infatti si dice “Quello che conta non è la lunghezza della bacchetta, ma la magia nel bastone“.

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Super Fialetta Urticante e Mr Antipelliccia eroi della domenica

“If nothing matters, there’s nothing to save”
Jonathan Safran Foer, Eating Animals

Dignità è una parola abusata. Io ne trovo di solito in chi non dice di averne o meglio non dice proprio niente. Come in  tutto mai fidarsi delle passioni sbandierate, di chi si autodefinisce un santo, un giusto, un onesto. Di loro per primi diffido. Leggendo Safran Foer nel suo libro “Eating Animals” ( in italiano ” Se niente importa. Perché mangiamo gli animali” edito da Guanda) ho capito che mi ero avvicinata al suo acquisto per un motivo ( sono vegetariana e concettualmente animalista) e invece quello che mi ha commosso è stato altro. La dignità, appunto, che traspare dalle pagine di questo autore mentre racconta cosa il cibo diventa, cos’era e cosa può essere per noi. Lasciamo perdere il resto, è solo uno spunto commovente che porta a riflettere e già la cosa puzza di miracolo.

Mc Donald's

Poi, carica di uno stato d’animo che ha della benedizione, leggo il giornale. A Torino, 20 persone si sono sentite male in un Mc Donald’s.  Dice il titolo. Io emozionata per i motivi di cui sopra, corro a leggere la notizia. Il Mc è una faccia rubiconda di nemico del buon senso, della salute, del buon mangiare oltre che del buon trattamento salariale, mi spaventa la folla che non smette di corrergli incontro nonostante tutti i vaghi tentativi di informarli, Super Size Me in testa. Me lo ricordo quel lontano giorno della gita delle superiori. Quando ci scaricarono a Roma e tutti si correva nel Mc Donald’s invece che a vedere Fontana di Trevi. Era entusiasmo da ragazzini, il bisogno del simbolo, dell’omologazione, dell’appartenenza. Poi però uno dovrebbe capire. Invece non si capisce. Ricordo anche tante e tante piazze, meravigliose piazze nel bel mezzo di straordinarie città, tutte lucide, piene di vita e divorate dalle insegne pubblicitarie del caro Mc. Ricordo come si rifletteva nelle acque scure del Danubio a Budapest, lampi di giallo e rosso dove c’era solo il regale delle luci bianche dei palazzi importanti e il nero del fiume. “Ci sono riusciti solo loro a mettere una insegna, agli altri è stato proibito” mi raccontava il mio amico ungherese. Mc Donald’s coraggiosa, capace di arrivare dove nessuno arriva, di convincere a suon di hamburger che così non si deturpa ma si abbellisce, che la loro carne è a un passo dal biologico, che grazie a loro si mantengono le tradizioni. Infatti in Italia abbiamo la mozzarella nel panino, in Giappone probabilmente il Cheese Burger all’aroma di brodo di pesce, in Ungheria al gulash. E io oggi, cattiva che sono, speravo in una benedizione. In un malessere da cibo avariato, da cucina infelice, da verità. Invece è stato solo un ragazzino armato con la sua fialetta urticante, solo qualche bruciore nella gola, una sensazione di acido, malori che domani passeranno. Niente in confronto a quello che farà al loro fegato o stomaco la prossima cena al Mc. Eppure, per un secondo, ho immaginato un piccolo monumento al ragazzino e alla sua fialetta, magari con un mantellino dorato che vola sul cielo della città con il suo carico di bruciore da fialetta come simbolo per una più accurata riflessione sul bruciore, ben più doloroso, che sarà poi. Sul come facilmente diamo alle fiamme la nostra salute, quando certe abitudini alimentari fanno il loro corso, non l’eccezione ma l’abitudine. Ho immaginato consapevolezza, pianificazione in questo fantomatico ragazzino. Denuncia per chi avrebbe saputo coglierla. Hey! Ragazzino urticante torinese….io l’ho colta o forse sono solo una ingenua ottimista. Le piccole battaglie sanno di dignità.

E le grandi? Oggi, leggo di ieri, a Firenze. Centinaia di persone, centinaia di facce, idee, mani diverse a corteo nella città contro le pellicce. La signora Fendi spaventata che chiude le vetrine, fumogeni, gridando “assassini” a chi indossava pellicce. 24 associazioni venute da tutta Italia. Con una idea da difendere, una idea che costa ogni anno la vita di 200 milioni di animali perché scuoiandoli si possa indossare un sacco senza forma ma che dica a tutti ” Io posso permettermi di uccidere” e le faccia sentire meglio, più belle addirittura. Mi chiedo a cosa abbiano pensato i cittadini di Firenze vedendoli passare. Mi chiedo se abbiano pensato. Spero che abbiano pensato e magari riflettuto sul fatto che la normalità delle pellicce non è necessariamente giusta in un paese che di modi per sconfiggere il freddo ne ha ben altri, che se tante persone difendono una idea non sia solo perché si tratta di bizzarri fricchettoni o antisociali senza niente da fare. Se qualcuno ha avuto voglia di capire e fermarsi per abbracciare come suo NON ciò che è accettato dalla maggioranza ma quanto, scelto consapevolmente, sia la propria normalità allora la giornata di oggi sarebbe splendida. Seppure avesse scelto di indossare ancora il frutto della morte violente di centinaia di animali per un giacchetto che stancherà nella prossima stagione. Perché nello scegliere si nascondono i germi della dignità. E questo merita sempre rispetto.

 

 

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La perdita della Rabbia e della Gioia

“Dovete usare la forza per protestare e sovvertire”
M. Monicelli

Questo secolo fa paura. Specialmente da questa parte del globo. Ma non è il terrorismo. Non è l’ecologia. Non è la povertà. Non è la mancanza di libertà. E’ la rassegnazione. E’ l’educazione all’accettazione del tutto come fatto inoppugnabile e non più come accidente modificabile. Tutto il resto è figlio, i figli si sa, sono colpevoli delle mancanze dei loro padri, ne sono il risultato ma sono per questo colpevoli in parti diverse. Colpevoli in forma ridotta per mancancanza di alternative. Si scriveva delL”epoca delle passioni tristi”, del disagio che crea assopimento delle passioni e spegne gli sguardi mentre accomoda i timori a timonieri.

Gli affetti sono declassati, decisi altrove e non più soggettivi. La fatica disprezzata. La scorciatoia è la risposta dei giusti, il bene primario per cui combattere. Se una qualche passione brucia allora tutto diventa panico. Perchè gli affetti senza un appropriato supporto sociale diventano dolore. Diventano vergogna da nascondere il meglio possibile,  accettando per bene placido la mitezza delle così vanno le cose.

Sarà la Storia italiana. Sarà la crisi degli intellettuali, risolta su qualche divano di fronte ad una telecamera e non nel maleodorante cesso di un pub di provincia. Sarà che alla fine la complessizzazione della realtà l’ha frantumata in troppe piccole sottocategorie che non hanno modo di comunicare tra loro. E a furia di specializzarsi l’uomo ha sparcellato così bene il suo intelletto da  non trovarsi più che un paio di frasi fatte da usare in società, ove richiesto.  Dicevamo la fatica.

Una bestemmia che allontana ogni singolo giorno dalla realtà. Non perchè sia troppa, perchè non si vuole altro che allontanarla. Parlo della fatica che stanca le braccia e piega le schiene, quella che fa si che gli italiani siano gente contadina solo nel sorridere sulle etichette mentre il lavoro del campo è declassato a vergogna e come tale affibbiato ai disgraziati, a quelli senza troppi diritti, a quelli che non hanno paura di abbassarsi perchè sono già proni. Non per questo la loro fatica è meno dignitosa. Anzi. La fatica è ormai merce. Elegante solo se mistica o esistenziale appesantisce l’umanità di inutili per quanto affascinanti monologhi di pochi negando l’azione come valore, come possibilità di trasformazione. Il solo vezzo che rimane è il dolore, tanto più elegante se muto, tanto più emozionante se plateale ma da fermi. Il movimento non si muove, al massimo gira su se stesso.

Invece la fatica è la prima accettazione per il cambiamento. La fatica di avere una idea, di difenderla con le azioni. La fatica dell’essere etico, del cittadino che butta la carta nel cestino, che accoglie lo straniero chiedendogli come è andato il viaggio, che esige attenzione, che urla la sua disapprovazione, che non ha paura della rabbia che prova così come della gioia. Accettare di essere ancora animali è la sola rassegnazione.  Ascoltare il proprio desiderio farsi sfogo per indicare a chi si è scelto di mettere a capo di un paese la strada che si esige si segue un diritto. Se non basta alzarsi e uscire dalle stanze affollate per far sentire il proprio disappunto, che si buttino giù quelle stanze e se ne costuiscono altre o nessuna dove ci si possa riscoprire dignitosi. Sono troppi i morti generati dalla resa alla perdita delle emozioni. Nessuno si muove più. A volte, con garbo, si articolano parole moderate e ben tornite ma la rabbia vitale, quella che muove ed educa le persone, è stata messa al bando dalla nostra società matura e assennata. Se così è, se la società mi chiede di dimenticare le mie pulsioni per darmi un kit di sentimenti ammissibili da usare in contesti definiti (posso ammirare la bellezza e spingermi al sacrificio per raggiungerla ma solo se è la bellezza di strass e lustrini che mi si impone, posso sforzarmi ma solo se questo significa restringere la mia libertà in virtù di uno Stato che non cede i suoi privilegi, posso uccidere mortificando il mio vicino ma solo se  la violenza sia subdola, posso amare ma solo se questo amore sia definibile in canoni ortodossi decisi per me e non da me), se i miei diritti sono quello di accettare e sorridere ma non si protestare e urlare, allora bisogna decidere. Decidere di dirsi nuovamente uomini. Di riprendersi il proprio diritto di essere manifesti, di apparire contro quello che non ci definisce esseri viventi ma ci ingabbia come esemplari in gabbia, come in uno zoo dove però non ho mai visto un solo animale sorridere compiaciuto delle comodità acquisite.

Monicelli, regista, in visita a Roma all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione ha ricordato che esiste un altro modo di stare al mondo quando il mondo non  è coerente con le nostre necessità. Questo modo è  ribellarsi. Non si tratta di politica dell’odio ma di rivendicazione della propria partecipazione attiva in un contesto di cultura della passività, dove il massimo concesso è uno sbuffo di disappunto prima di fare spallucce.  Si tratta di azione, di fatica di  fare, di movimento al di là della paura di esprimere la propria rabbia e la propria gioia di essere parte.  Altrove è solo una finta accettazione, è solo indossare una uniforme, è solo essere milioni senza mai sentire un solo battito di cuore. Altrove è la solitudine della massa.

Io sto con Monicelli.

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Immigrati di questi tempi – PrimoMarzo2010-

Se partissimo dal presupposto che siamo tutti folli, questo ci aiuterebbe a comprenderci gli uni con gli altri, risolverebbe molti enigmi.   Mark Twain

Non è facile essere italiani in Italia di questi tempi, figuriamoci essere stranieri. Da una parte la proposta per l’immigrazione a punti per conto della Lega, 30 punti per essere italiani, chissà se io che italiana lo sono posso rivenderli al mercato nero per un po’ di estraneità a queste corbellerie da burocrati. Dall’altra la quota del 30%, elastica però, di stranieri nelle classi. Il che scricchiola se pensiamo che alcuni punti di cui sopra sono promessi se si fanno studiare i figli ma se poi nella classi non c’è posto? Però si è detto che il limite è elastico, magari se ne possono far studiare 2 figli su 3 e avere una parte dei punti, magari comulabili con quelli della patente del vicino. Poi c’è stato Rosarno. Era Calabria. Era sofferenza e rabbia. Sentimenti nati non a caso e non perché sbarcando sulle nostre terre se ne avesse il desiderio. La campagna calabra negli anni ha creato nuovi equilibri, ristrutturandosi secondo le linee del guadagno e del bisogno si è globalizzata accogliendo matrigna numerosi stranieri, famiglie intere, popolazioni mobili come il lavoro che fanno, muovendosi a secondo del raccolto da fare. Una popolazione variegata e nomade che se si ferma è per abitare baracche, ripopolare ruderi indecenti, invisibili se non per sparute denuncie. La vita allora è lavorare anche 12 ore per una ventina di euro, se va bene, pagando per poter lavorare, sottostando alle regole della ‘ndrangheta più che di quelle del pomodoro. Una realtà che non nasce con la prima spranga contro un’auto ma che è conosciuta da tempo, ha il suo passato e avrà probabilmente un suo futuro. Rosarno è un esempio di nuova schiavitù e lo sviluppo violento che ne è scaturito non è la fine. Le relazioni sono talmente degenerate e le regole del mercato inasprite che non è banalizzando la loro rabbia e nascondendo la testa come se non se ne sapesse niente che le cose si potranno sistemare. Ma gli immigrati qualcuno l’ha capito, sono anche una buona fonte di guadagno in altre maniere, dal lavoro sottopagato anche nelle città alle mille offerte nate ad hoc in tutte le compagnie telefoniche, dagli interessi richiesti per le operazioni di Money Transfer agli istituti di credito che concedono ben volentieri tassi speciali per immigrati al fine di aumentare la mole di lavoro che la crisi ha ridimensionato. L’immigrato è parte del tessuto sociale, è una realtà. Non un nemico. Ma se in alcuni Comuni, come quello di Roma, si è cercato di ampliare le possibilità di comunicazione, aprendo le sue porte a mediatori culturali da utilizzare per i richiedenti asilo o allo sportello Unico della Prefettura. L’aria in giro sa ancora e per lo più di ostilità. Non deve essere facile respirarla ogni giorno. Giocare a Loro e Noi crea soltanto altri solchi sempre più difficili da riempire. Eppure ogni giorno molti immigrati rendono possibile le nostre vite. Lavoratori, regolari e irregolari, persone che possono aprirci gli occhi raccontandoci la loro parte di verità, quella che conoscono. E che ora sono stanchi. Per questo il 1 marzo 2010 una parte dell’Italia si fermerà. Verranno incrociate le braccia e si scenderà in strada con qualcosa di giallo addosso. Sarà il primo sciopero degli immigrati. Un movimento quello del PrimoMarzo2010 che in pochi giorni ha raccolto numerosissime adesioni. Di cosa stiamo parlando? Di uno sciopero che vedrà impegnati non solo l’ Italia ma anche i cugini francesi, creatori di questa iniziativa con “La journée sans immigrés: 24h sans nou”. Ce n’era davvero bisogno? Sembra di sì. Sembra necessario che italiani ed immigrati, stranieri di ogni nazione si facciano sentire, pacificamente cercando ( il condizionale è d’obbligo) di restare privi di cornici politiche. Per questo il Giallo, colore del cambiamento già usato in precedenza contro il razzismo ma anche il colore della neutralità. Perché in una società civile capace di convivere vincono insieme sinistra e destra. Benché il ministro Caldelori abbia già espresso il suo disaccordo in merito e i problemi che questo tipo di dibattito apre sono innumerevoli. L’obbiettivo intanto è di riunire italiani, stranieri, generazioni nate in Italia ma venute da lontano, chiunque chieda al Paese di crescere senza discriminazione. I comitati sono nati a Roma, Genova, Milano, Bologna, Napoli, Palermo. Ne stanno parlando tutti gli strumenti di comunicazione, network come Facebook già creano gruppi pro e contro anche se, come nel caso del gruppo di Milano, si è poi dovuto chiuderlo a causa di commenti razzisti. Ma il movimento continua, contando l’adesione in Lazio di Cittadinanzattiva Lazio, Emergency, Libera Università delle Donne e molti altri. Speriamo sia un preavviso di primavera.

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Nera come il Carbon

Se vuoi sognare e hai bisogno di un tonico, rovescia la coppa del cielo e beviti l’azzurro!
(L. Vidales)

Da bambini per metterti in crisi ti si chiedeva : “Preferiresti un mondo senza musica o senza colori?” Da parte mia ho sempre risposto “Senza Musica” per poi puntualmente correggermi ” No, no, senza colori” e così all’infinito. Per evitare che le prossime generazioni abbiano di che aver dubbi, stiamo semplificando la questione. Semplicemente, annullando la seconda possibilità. Stiamo perdendo i colori. Non è solo una questione di ecologia, ma di fantasia e con essa di salvaguardia del futuro dell’umanità, soprattutto di quella dei bambini a venire. Le favole dark affascinano solo perchè conosciamo il colore, il solito gioco del nero e del bianco ha sempre un senso. L’arcobaleno ai suoi piedi ospita ancora una pentola piena di monete d’oro ma già solo vederlo spuntare dopo una pioggia estiva mi riempie le tasche di qualcosa di difficilmente valutabile. Il colore segna i nostri apprendimenti.Impariamo che l’amore è rosso, il sole giallo, il cielo azzurro. Gli orsetti del cuore di quando ero bambina avevano caratteristiche diverse a seconda del colore così come i Barbapapà. Il colore è sempre stato diversità, il piacere delle mani sporche, la creatività. Imparare ad apprezzare il nero passa attraverso l’assimilazione di tutta una vasta gamma di colori, altrimenti approdarci direttamente senza vedere sfumature che non siano grigie è roba da perderci la testa. Eppure il nero più nero sta diventando protagonista del mondo fantastico di milioni di bambini. Un nero carnale, che entra nel sangue, che scorre con lui e avvelena, la salute e la fantasia. Ci sono bambini che non immaginano quasi cosa sia un girasole perso tra dei papaveri o semplicemente una mattina col cielo azzurro e i genitori di questi bambini vivono con il peso di aver cancellato dal loro cielo il colore per mettere al suo posto un nero pece che gli cola addosso. Ma non avevano scampo.

Nel 2008 Peace Reporter scriveva di una delle 10 città più inquinate del mondo: Linfen, Cina. Prima questa cittadina era detta “la città della frutta e dei fiori”, ancora prima, nella leggenda, era una capitale del regno dello Yao, conosceva il giallo del grano e i suoi bambini correvano per il piacere di vedere un mondo correre con loro. Come in un film di Miyazaki poi è venuto il male, il nero, il boo crudele che si è mangiato tutto. Finiti i colori, finito il grano, morte le carpe del fiume. Solo che il Mostro non era un disegno, ma molto similmente a come spesso accade nei film del disegnatore giapponese era una creatura tutta di origine umana. Sua Maestà il Carbone si era appropriato delle terre di Cina e soprattutto di Linfen. Perchè se la Cina è diventata una potenza, se il Pil è cresciuto come un bimbo ipernutrito lo si deve a questo fossile, così apparentemente inoffensivo. Ma ilCarbone è uno dei combustibili fossili più inquinanti esistenti e la magia del boom economico si è trasformata per gli abitanti di tantissime città come Linfen in un incubo nero pece da cui sembra sempre più difficile svegliarsi. Mentre si urlava per le strade, inneggiando Sua Maestà il Carbone, mentre se ne produceva ancora di più e di più nelle miniere spesso illegali o quantomeno non conformi, le città di Cina lentamente morivano, la qualità dell’aria peggiorava, i colori di Linfen si assottigliavano, il grigio regnava ogni giorno di più, i colori restavano nascosti negli astucci di scuola. Così quest’anno su Repubblica si legge che Linfen si è guadagnata la palma di città più inquinata del mondo. I racconti che se ne leggono mettono una strana sensazione addosso, diversa dalla paura e più inesorabile della tristezza, colorano l’anima di desolazione. Cosa disegneranno quei bambini che respirano veleno? Cosa sogneranno nelle loro case nere, nei loro lettini grigio perla, sotto quel cielo scuro che non lascia vedere le stelle e che nasconde il sole se non per poche ore al giorno? In India già si parla della prima generazione di bambini deformi per cause d’inquinamento, Sir Carbone, sempre lui, eppure non ci basta e le nostre città stanno perdendo sempre di più i colori.Con i colori cola via la fantasia e con il suono delle risate dei bambini se ne va quella gioia vitale che porta alla riflessione e alla ribellione. Sotto un manto di polvere nera i sogni si affievoliscono e muoiono. Ironia della sorte non avremo neanche più fiori da portare sulla loro tomba.

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Santi Protettori, i vantaggi del fedele.

Di certo là sopra qualcuno ti ama. Ma oggi non è in casa
(Casino Royale)

La paura da potere a chi non ha paura di maneggiare le piccolezze dell’uomo. Ugualmente il bisogno di saperci protetti ci spinge a trovare qualcuno/qualcosa che certamente ci amerà, ci proteggerà, farà per noi il lavoro sporco. Magari ci chiederà in cambio la nostra libertà, ma vuoi mettere una vita con le guardie del corpo alle calcagna? Lasciamo perdere che non sempre queste ultime sono sufficienti e che anche gli dei hanno il loro tallone di Achille. Basterebbe vedere il grottesco benché significativo avvenimento capitato ieri al Primo Ministro Italiano, colpito da un souvenir lanciato da un uomo nella folla per capire che non basta credere in Dio o credersi tale perché tutto vada bene sul serio. Passiamo oltre. Parlavamo di protezione. Il carrozzone della religione cattolica mi stupisce sempre. Come un fantastico circo sforna talenti che tutto possono. Nulla resta fuori dalle sue maglie, ogni possibile necessità è coperta dal suo ampio campionario di vantaggi del fedele. Proprio pensando al bizzarro episodio di ieri, il souvenir volante e il volto tumefatto di Silvio Berlusconi, mi veniva in mente Santa Lucia, patrona della vista e previa sciocca ricerca ho scoperto anche degli elettricisti. Gli elettricisti? Sì, ogni mestiere ha il suo santo confezionato ad hoc. Sarebbe da dirlo. Mestiere che fai, Santi che trovi.Commossa da tanta abbondanza ho cercato meglio. San Lorenzo protegge i rosticceri e i poliziotti,  Santa Margherita le partorienti e Santa Veronica? A lei toccano reporter, fotografi e guardarobieri. Il connubio guardarobiera e reporter mi ha fatto vagamente sussultare. C’è da pensare che siano stati divisi un poco a casa, magari mentre il responsabile dell’attribuzione santo protettore si faceva un goccetto, manco a dirlo, di vin Santo. Poi alla fine ho trovato il nesso. Santa Veronica è “famosa” per aver scattata una foto speciale. Detergendo il volto di Gesù su un panno di lino vi vide impressa per sempre l’impronta del volto del nazareno. Da qui il passaggio alla fotografia è breve, il reporter del tempo avrà scritto il pezzo sul quotidiano e il panno di lino sarà finito con tanto di canfora nel guardaroba adatto. Amen.


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Un altro Traffico è possibile

Il motore del 2000 sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina…
Lo potrà respirare un bambino o una bambina.
(L.Dalla)

Il problema del traffico non è solo il peggior problema di Palermo, come scopriva  Benigni nel film “Il Mostro”. Non è più neanche una questione privata, di fastidio per non saper dove andare a spasso con il pupo nel passeggino o di orari delle sveglie da anticipare per non restare intasati sulle tangenziali o di partenze intelligenti per le vacanze. Il traffico è ormai una questione di vivibilità quotidiana delle nostre città. Il mostro automobile ha monopolizzato le nostre strade trasformandole nelle sue strade, ha deciso luoghi, fingendo di semplificarci la vita ha invece ridotto la nostra libertà. Quante volte abbiamo deciso di non andare in un posto perchè “poi dove parcheggio?” o solo smesso di uscire la sera per paura di una multa o anche due? Ma come le scimmiette che non imparano dai propri errori, coatti nel ripetere sempre i medesimi, i cittadini non riescono a far altro che stringersi intorno al collo la catena da loro stessi  forgiata,  trovandosi ogni giorno rinchiusi in una aia sempre più stretta. Eppure.

Nel 1978  un piccolo libercolo apriva le menti non ancora angustiate nelle maglie della modernità ad una gustosa  possibilità. Quell’anno usciva alle stampe “L’elogio della bicicletta” di Ivan Illich e in quel centinaio di pagine c’era un pò tutto quello che si dovrebbe sapere per iniziare a pensarla diversamente. In tempi non ancora tanto critici si parlava già di come la crisi energetica avrebbe monopolizzato la nostra vita e di come la scelta del traffico avrebbe impoverito non solo il nostro di fuori ma anche il nostro di dentro. Come per tante tragedie annunciate a cui pure sembra impossibile sottrarsi, il testo del filosofo figlio del mondo apriva gli occhi sulla situazione immobilizzante in cui tutti stavamo scegliendo di incastrarci e allo stesso tempo offriva una semplice alternativa : la bicicletta. Agile, ecologica, economica, facile da parcheggiare e persino salutare, la bicicletta era la piccola rivoluzione che veniva proposta come risolutrice di tanti problemi complessi. Eppure a tutt’oggi chi usa la bici in città sembra dover appartenere a gruppi di alternativi giovanili o idealisti incoscienti. Come sempre tutto ciò che non porta profitto viene visto come pericoloso dalle nostre parti!!I gruppi nati negli ultimi decenni, le varie masse critiche sono sempre guardati con sospetto. Sono quelli che si mettono nudi al sellino, sono quelli che non fanno andare a far la spesa, sono i ragazzi incivili dei centri sociali con una delle loro stramberie. Ma la Critical Mass, ufficialmente nata nel 1992 a San Francisco, è più di un fenomeno. Potrebbe essere una reale possibilità di cambiamento a costo zero delle città. Ma come convincere chi non molla la sua macchina neanche per andare a comprare le sigarette? Peggio, come insegnare a chi guida in città che la macchina non è un simbolo di potere di vita o morte sull’altro, più chiaramente sul vicino non motorizzato? Una nuova educazione alla strada che includa i diritti del ciclista di città, può esistere?


Eva Bohdalova aveva 28 anni e si spostava a Roma in bicicletta. E’ morta, investita da un taxi in via dei Fori Imperiali meno di due mesi fa. Dopo di lei per poco, come sempre, qualcuno ha riflettuto un pò. Sempre a Roma, è nato il coordinamento “Di traffico si muore” che lotta per il bisogno di creare una educazione urbana alla convivenza. A dicembre il comitato ha realizzato per i giornalisti una inconsueta conferenza stampa, invitando i partecipanti ad armarsi di bicicletta e “simulare” una giornata per le vie della città. Motivo? Fargli vivere sulla propria pelle i pericoli del muoversi ecologico, stimolando una discussione da portare all’Assessore all’Ambiente Fabio De Lillo. I militanti della bicicletta chiedono visibilità e, coraggiosamente, propongono una vera e propria rivoluzione. Quella di trasformare Roma in una città europea, come già altre hanno fatto, rendendo ciclabili le corsie preferenziali per offrire più sicurezza a chi non vuole spostarsi in macchina. I morti di traffico ci sono stati e continuano ad esserci. La città va educata in termini di convivenza urbana e in questo senso il comitato sta lottando per una nuova educazione stradale che includa la tutela di chi si sposta in bicicletta, determinati ad andare avanti finché un’altra idea di traffico non sarà possibile. Pedalata dopo pedalata. Auguri.


Conclusioni non sono possibili, ma sarebbe bello se ogni tanto ci si pensasse motore e non “schiavi” dei nostri mezzi.


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Arcipelaghi

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