SpiacCikada

Super Fialetta Urticante e Mr Antipelliccia eroi della domenica

“If nothing matters, there’s nothing to save”
Jonathan Safran Foer, Eating Animals

Dignità è una parola abusata. Io ne trovo di solito in chi non dice di averne o meglio non dice proprio niente. Come in  tutto mai fidarsi delle passioni sbandierate, di chi si autodefinisce un santo, un giusto, un onesto. Di loro per primi diffido. Leggendo Safran Foer nel suo libro “Eating Animals” ( in italiano ” Se niente importa. Perché mangiamo gli animali” edito da Guanda) ho capito che mi ero avvicinata al suo acquisto per un motivo ( sono vegetariana e concettualmente animalista) e invece quello che mi ha commosso è stato altro. La dignità, appunto, che traspare dalle pagine di questo autore mentre racconta cosa il cibo diventa, cos’era e cosa può essere per noi. Lasciamo perdere il resto, è solo uno spunto commovente che porta a riflettere e già la cosa puzza di miracolo.

Mc Donald's

Poi, carica di uno stato d’animo che ha della benedizione, leggo il giornale. A Torino, 20 persone si sono sentite male in un Mc Donald’s.  Dice il titolo. Io emozionata per i motivi di cui sopra, corro a leggere la notizia. Il Mc è una faccia rubiconda di nemico del buon senso, della salute, del buon mangiare oltre che del buon trattamento salariale, mi spaventa la folla che non smette di corrergli incontro nonostante tutti i vaghi tentativi di informarli, Super Size Me in testa. Me lo ricordo quel lontano giorno della gita delle superiori. Quando ci scaricarono a Roma e tutti si correva nel Mc Donald’s invece che a vedere Fontana di Trevi. Era entusiasmo da ragazzini, il bisogno del simbolo, dell’omologazione, dell’appartenenza. Poi però uno dovrebbe capire. Invece non si capisce. Ricordo anche tante e tante piazze, meravigliose piazze nel bel mezzo di straordinarie città, tutte lucide, piene di vita e divorate dalle insegne pubblicitarie del caro Mc. Ricordo come si rifletteva nelle acque scure del Danubio a Budapest, lampi di giallo e rosso dove c’era solo il regale delle luci bianche dei palazzi importanti e il nero del fiume. “Ci sono riusciti solo loro a mettere una insegna, agli altri è stato proibito” mi raccontava il mio amico ungherese. Mc Donald’s coraggiosa, capace di arrivare dove nessuno arriva, di convincere a suon di hamburger che così non si deturpa ma si abbellisce, che la loro carne è a un passo dal biologico, che grazie a loro si mantengono le tradizioni. Infatti in Italia abbiamo la mozzarella nel panino, in Giappone probabilmente il Cheese Burger all’aroma di brodo di pesce, in Ungheria al gulash. E io oggi, cattiva che sono, speravo in una benedizione. In un malessere da cibo avariato, da cucina infelice, da verità. Invece è stato solo un ragazzino armato con la sua fialetta urticante, solo qualche bruciore nella gola, una sensazione di acido, malori che domani passeranno. Niente in confronto a quello che farà al loro fegato o stomaco la prossima cena al Mc. Eppure, per un secondo, ho immaginato un piccolo monumento al ragazzino e alla sua fialetta, magari con un mantellino dorato che vola sul cielo della città con il suo carico di bruciore da fialetta come simbolo per una più accurata riflessione sul bruciore, ben più doloroso, che sarà poi. Sul come facilmente diamo alle fiamme la nostra salute, quando certe abitudini alimentari fanno il loro corso, non l’eccezione ma l’abitudine. Ho immaginato consapevolezza, pianificazione in questo fantomatico ragazzino. Denuncia per chi avrebbe saputo coglierla. Hey! Ragazzino urticante torinese….io l’ho colta o forse sono solo una ingenua ottimista. Le piccole battaglie sanno di dignità.

E le grandi? Oggi, leggo di ieri, a Firenze. Centinaia di persone, centinaia di facce, idee, mani diverse a corteo nella città contro le pellicce. La signora Fendi spaventata che chiude le vetrine, fumogeni, gridando “assassini” a chi indossava pellicce. 24 associazioni venute da tutta Italia. Con una idea da difendere, una idea che costa ogni anno la vita di 200 milioni di animali perché scuoiandoli si possa indossare un sacco senza forma ma che dica a tutti ” Io posso permettermi di uccidere” e le faccia sentire meglio, più belle addirittura. Mi chiedo a cosa abbiano pensato i cittadini di Firenze vedendoli passare. Mi chiedo se abbiano pensato. Spero che abbiano pensato e magari riflettuto sul fatto che la normalità delle pellicce non è necessariamente giusta in un paese che di modi per sconfiggere il freddo ne ha ben altri, che se tante persone difendono una idea non sia solo perché si tratta di bizzarri fricchettoni o antisociali senza niente da fare. Se qualcuno ha avuto voglia di capire e fermarsi per abbracciare come suo NON ciò che è accettato dalla maggioranza ma quanto, scelto consapevolmente, sia la propria normalità allora la giornata di oggi sarebbe splendida. Seppure avesse scelto di indossare ancora il frutto della morte violente di centinaia di animali per un giacchetto che stancherà nella prossima stagione. Perché nello scegliere si nascondono i germi della dignità. E questo merita sempre rispetto.

 

 

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La percentuale dei confusi o del canto dell’Usignolo da Guerra.

E non è il destino, sei tu il tuo nemico.
Accendiamo una festa e facciamo una festa.
TARM

Non è una storia che inizia con un capello bianco rinvenuto su una spazzola al mattino. Non parte con una corsa dove poi ti manca il fiato e neanche con un locale di ragazzini urlanti, tutti più giovani di te. Non è neppure un soffio di vento che scompiglia i capelli e riordina i pensieri in un modo nuovo e migliore, non è tutto nel faldone che conserva documenti catalogati per utenza, scadenza, solvenza. Il problema è, amico mio, che ogni giorno ti sembra uguale e alla fine sei diventato qualcosa di diverso. Hai tradito quella rabbia che tamburellava tra i pensieri come un usignolo da guerra, non c’è alcun dolore che il canto possa sedare ora, perchè non c’è più guerra. Lentamente hai preso quell’atteggiamento che pure ti rendeva riconoscibile, se non altro a te stesso. Quel modo di camminare come se nulla ti appartenesse, come se solo quel groviglio confuso di idee nella testa fosse te e tutto il resto suppellettili da conversazioni in società, come un commento per quella brutta canzone e il conoscere il nome di almeno tre registi noti ai meno ma stimati dai più. Non è stato il tempo. Non è stata la società corrotta che ti ha tolto il sogno e infarcito il cuscino di piume per farti addormentare. Non è stata la televisione che ti ha detto ogni giorno, per mille volte, che quello che importa è ciò che si vede ma solo se è sodo e abbordabile. No. Il primo capello bianco è solo un segno che il tempo è arrivato per avere i capelli bianchi. Non cercare il colpevole nello specchio che riflette solo la pelle non più distesa del tuo viso. Ti sei fregato da solo, amico mio, chiudendo l’ultimo libro pensando che bastasse, che eri pronto. Ti sei vestito come meglio hai potuto e hai mangiato sano meglio che sei riuscito. Ma non bastava. Sei come gli altri, quelli che ti mettevano fastidio, quelli che “Io non lo sarò mai”. Se non hai ucciso nessuno per soldi è solo perchè nessuno ti ha chiesto di uccidere nessuno per soldi. Lo sai che è così. Sei corruttibile, come ogni altro. Anzi, ammettilo, per poco utile che appare, ti repelle la tua onestà così limpida per mancanza di tentazioni. Ci hai messo così tanto a scrivere PURO sulla tua maglietta, che adesso ti rode il  non essere un obiettivo statistico, non sei gente, non sei massa, ma non sei neppure uno. Sei il solito confuso che ingrassa la percentuale dei confusi. Non è tanto male, poteva andare peggio, potrei dirti. Ma ne sei sicuro? Mi ricordo che sapevi meravigliarti, eri ignorante, però sapevi meravigliarti. Ora che sai tante cose, addirittura qualche verità, ti manca di riconoscere il sapore di quello che avvicini alla bocca. Ti aggiri sbadigliando per le vie di una vita stanca disegnata con colori che van via ma possono essere ritoccati con photoshop. Sei modestamente irritato dalle notizie del giornale, in giusta misura contro, placidamente insoddisfatto ma capace di esercitare i tuoi diritti facendo parte di gruppi di amici come te insoddisfatti, che per 45 minuti discorrono del marcio del governo e della cattive abitudini della massa scandendo il tempo tra una bevanda gassata e un cocktail con aperitivo. Alla fine, mediocre non è male se di meglio non si riesce. Puoi accontentarti. L’abbonamento a qualche rivista, la palestra, magari l’emozione di uno sguardo furtivo e qualche improperio su facebook faranno il resto, creeranno la giusta moderata illusione. Quella di non essere cambiato, di avere ancora delle idee, di valere qualcosa di meglio di quelli che prima pensavi non valessero niente. Sei solo stanco. Magari è vero che il riposo rinfranca lo spirito, magari domani…una rabbia onesta, uno schifo tutto tondo, un gemito, una nausea. Un segnale di battaglia, un desiderio di canto tra i palazzi verniciati di fresco, mi ripeto, fa più incisivo, una rabbia onesta. Una che non firmi petizioni, non sorrida agli obiettivi delle macchine fotografiche digitali, che non si sappia esprimere, ma scalci a caso, finchè inciampi. Era bello quando cadevi e ti sbucciavi le ginocchia, ti sentivi che diventavi grande, ma non era diventare grandi. Era provare a fare delle cose. Era il sangue e i sassolini che entravano nella carne. Era essere presente in ogni gesto anche il più impacciato, quel brivido gelato come la prima volta che ti sei imbucato ad una festa o hai detto tra i denti la parola “sesso” immaginando,non sapendo, immaginando cosa significasse. Le hai ancora quelle cicatrici? Forse allora potresti ritornare dove ti sei lasciato. Quando gorgheggiavi in cima al palo del telefono e credevi ancora al potere della poesia sciatta e mal scritta che l’anima ti sputa fuori quando vuole accarezzarti con la sua indecente brezza. Ma anche questa è una bugia. Tornare non è adesso. Altro ti salverebbe dall’essere così, già banalmente salvato ma senza lo scalpitio vitale, senza la goduria di quel canto un pò bastardo che richiamava i pruriti fuori dalle tasche e faceva immaginare qualcosa che alla fine, amico mio, mi sa che davvero poi non c’era ma immaginarlo quel qualcosa, quello sì che ti faceva apparire bello. Ecco. Immaginare. Ci hai più provato, coglione?

 

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