Questo secolo fa paura. Specialmente da questa parte del globo. Ma non è il terrorismo. Non è l’ecologia. Non è la povertà. Non è la mancanza di libertà. E’ la rassegnazione. E’ l’educazione all’accettazione del tutto come fatto inoppugnabile e non più come accidente modificabile. Tutto il resto è figlio, i figli si sa, sono colpevoli delle mancanze dei loro padri, ne sono il risultato ma sono per questo colpevoli in parti diverse. Colpevoli in forma ridotta per mancancanza di alternative. Si scriveva delL”epoca delle passioni tristi”, del disagio che crea assopimento delle passioni e spegne gli sguardi mentre accomoda i timori a timonieri.
Gli affetti sono declassati, decisi altrove e non più soggettivi. La fatica disprezzata. La scorciatoia è la risposta dei giusti, il bene primario per cui combattere. Se una qualche passione brucia allora tutto diventa panico. Perchè gli affetti senza un appropriato supporto sociale diventano dolore. Diventano vergogna da nascondere il meglio possibile, accettando per bene placido la mitezza delle così vanno le cose.
Sarà la Storia italiana. Sarà la crisi degli intellettuali, risolta su qualche divano di fronte ad una telecamera e non nel maleodorante cesso di un pub di provincia. Sarà che alla fine la complessizzazione della realtà l’ha frantumata in troppe piccole sottocategorie che non hanno modo di comunicare tra loro. E a furia di specializzarsi l’uomo ha sparcellato così bene il suo intelletto da non trovarsi più che un paio di frasi fatte da usare in società, ove richiesto. Dicevamo la fatica.
Una bestemmia che allontana ogni singolo giorno dalla realtà. Non perchè sia troppa, perchè non si vuole altro che allontanarla. Parlo della fatica che stanca le braccia e piega le schiene, quella che fa si che gli italiani siano gente contadina solo nel sorridere sulle etichette mentre il lavoro del campo è declassato a vergogna e come tale affibbiato ai disgraziati, a quelli senza troppi diritti, a quelli che non hanno paura di abbassarsi perchè sono già proni. Non per questo la loro fatica è meno dignitosa. Anzi. La fatica è ormai merce. Elegante solo se mistica o esistenziale appesantisce l’umanità di inutili per quanto affascinanti monologhi di pochi negando l’azione come valore, come possibilità di trasformazione. Il solo vezzo che rimane è il dolore, tanto più elegante se muto, tanto più emozionante se plateale ma da fermi. Il movimento non si muove, al massimo gira su se stesso.
Invece la fatica è la prima accettazione per il cambiamento. La fatica di avere una idea, di difenderla con le azioni. La fatica dell’essere etico, del cittadino che butta la carta nel cestino, che accoglie lo straniero chiedendogli come è andato il viaggio, che esige attenzione, che urla la sua disapprovazione, che non ha paura della rabbia che prova così come della gioia. Accettare di essere ancora animali è la sola rassegnazione. Ascoltare il proprio desiderio farsi sfogo per indicare a chi si è scelto di mettere a capo di un paese la strada che si esige si segue un diritto. Se non basta alzarsi e uscire dalle stanze affollate per far sentire il proprio disappunto, che si buttino giù quelle stanze e se ne costuiscono altre o nessuna dove ci si possa riscoprire dignitosi. Sono troppi i morti generati dalla resa alla perdita delle emozioni. Nessuno si muove più. A volte, con garbo, si articolano parole moderate e ben tornite ma la rabbia vitale, quella che muove ed educa le persone, è stata messa al bando dalla nostra società matura e assennata. Se così è, se la società mi chiede di dimenticare le mie pulsioni per darmi un kit di sentimenti ammissibili da usare in contesti definiti (posso ammirare la bellezza e spingermi al sacrificio per raggiungerla ma solo se è la bellezza di strass e lustrini che mi si impone, posso sforzarmi ma solo se questo significa restringere la mia libertà in virtù di uno Stato che non cede i suoi privilegi, posso uccidere mortificando il mio vicino ma solo se la violenza sia subdola, posso amare ma solo se questo amore sia definibile in canoni ortodossi decisi per me e non da me), se i miei diritti sono quello di accettare e sorridere ma non si protestare e urlare, allora bisogna decidere. Decidere di dirsi nuovamente uomini. Di riprendersi il proprio diritto di essere manifesti, di apparire contro quello che non ci definisce esseri viventi ma ci ingabbia come esemplari in gabbia, come in uno zoo dove però non ho mai visto un solo animale sorridere compiaciuto delle comodità acquisite.
Monicelli, regista, in visita a Roma all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione ha ricordato che esiste un altro modo di stare al mondo quando il mondo non è coerente con le nostre necessità. Questo modo è ribellarsi. Non si tratta di politica dell’odio ma di rivendicazione della propria partecipazione attiva in un contesto di cultura della passività, dove il massimo concesso è uno sbuffo di disappunto prima di fare spallucce. Si tratta di azione, di fatica di fare, di movimento al di là della paura di esprimere la propria rabbia e la propria gioia di essere parte. Altrove è solo una finta accettazione, è solo indossare una uniforme, è solo essere milioni senza mai sentire un solo battito di cuore. Altrove è la solitudine della massa.
Io sto con Monicelli.
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